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Musica

La domenica delle salme

Manca qualcosa, è tutto bello ma un po' troppo leggero, manca quello che pensiamo davvero di tutto questo, manca quello che purtroppo ci è accaduto

È a partire da questa riflessione che Fabrizio scriverà La domenica delle salme (testo), un'analisi accurata e un'approfondita ricerca storica a proposito della fine del comunismo, del trionfo del pensiero unico capitalista e del grande processo di normalizzazione, del declino della società contemporanea, cioè di tutti quegli eventi che hanno scandito il violento passaggio tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80.
Ma anche quella che la critica specializzata considera come un capolavoro della moderna canzone d'autore, un sentito impegno morale e politico, una pregiata dimostrazione dell'ampia cultura del cantautore genovese.

Quella che De André vuole proporci è l'immagine di una società che ha negato ogni spazio alle spinte rivoluzionarie e che ha lasciato, nello stesso spazio, un vuoto abissale di idee e di valori - quel vuoto che lui stesso definirà come "i segni di una pace terrificante".
Non a caso, il titolo vuole essere uno stravolgimento di una ricorrenza cristiana - ovvero: al presente spensierato e gioioso tipico della festa, va a contrapporre un senso di preoccupazione e di angoscia verso un futuro imminente.

Su internet sono presenti numerose discussioni circa il significato della canzone, sebbene sia importante far notare che mentre alcuni messaggi hanno chiari riferimenti storico-politici, altri sono volutamente vaghi e difficilmente interpretabili. Questo nell'intenzione dell'autore di lasciare spazio a diverse chiavi di lettura - e si noti, in questo senso, il gioco delle porte e delle finestre socchiuse che si ripetono nel video.

Ho quindi voluto collegare queste diverse interpretazioni, analizzarle, e infine arricchirle con riflessioni prettamente personali.

La canzone è stata scritta con la collaborazione dell'amico Mauro Pagani e va a completare un preciso percorso tematico che segna tutto l'album Le nuvole (1990).
È stata poi pubblicata nuovamente nell'album Fabrizio De André in concerto - 1991 (1991) nella versione dal vivo e recentemente nella raccolta postuma In direzione ostinata e contraria (2005).
Il lavoro è stato apprezzato positivamente anche dalla critica giornalistica, che gli ha voluto assegnare la targa Tenco.

Successivamente, Gabriele Salvatores ne ha realizzato un interessante video - l'unico in cui appare Fabrizio - che partecipa pienamente alla comprensione del senso critico sotteso al testo, e che sotto certi aspetti va a completare i numerosi messaggi proposti.

La musica è molto limitata: è presente solo una chitarra, un violino e un kazoo, ed è stata cucita sopra il testo (dichiarazione dello stesso autore). Nonostante questo, riesce ad adempiere perfettamente al suo compito, emanando una continua ed angosciante inquietudine.

De André ci presenta una serie di immagini che hanno segnato definitivamente il corso degli eventi e che a un primo impatto (o "a un primo ascolto" o "a una prima visione") potrebbero sembrare sconnesse e confuse, ma che in realtà si dispongono in una precisa linea spazio-temporale.

I luoghi del racconto sono principalmente tre: Milano (la "bottiglia di orzata dove galleggia Milano", richiamando la nebbia mattutina che avvolge la città), la patria del PSI e di Craxi, ovvero il simbolo della corruzione della politica italiana, ma anche il cuore dell'economia, della produzione; Trento, che nella sua facoltà di sociologia vide nascere le Brigate Rosse e, generalmente, gli anni del terrorismo che seguiranno poco dopo.
E infine Berlino, ovvero la caduta dell'unione sovietica e la fine dell'isolamento dei paesi sovietici, il perno centrale di tutta questa storia, con il muro che cade e con le cui pietre verrà costruita una nuova, grande Germania ("la piramide di Cheope volle essere ricostruita in quel giorno di festa" - "un monumento aberrante e inutile, direi berlusconiano", dirà lo stesso Fabrizio) proprio da chi aveva innalzato quello stesso muro ("masso per masso, schiavo per schiavo, comunista per comunista" - si noti che il comunista, per De André, può essere paragonato allo schiavo della modernità), nel pericolo mai sopito che il nazismo ("la scimmia del quarto reich") potesse tornare in vita (negli anni 90 fiorivano i movimenti della nuova destra che, nella Germania dell'Est, violavano tombe ebraiche).

De André è il protagonista del video, ed la prima e ultima volta che assume questa posizione nelle sue storie, di cui solitamente si rivela come il narratore. Non è un caso, perché il narratore - chi vede - è il modello del Poeta, lontano dalla società e intoccabile dal potere.

A partire da questi luoghi, si sviluppano altrettanti eventi, in conclusione di un intero secolo che Fabrizio vede scorrere nelle immagini che si alternano sulla televisione. Tra le tante: le parate e le cerimonie militari, i grandi conflitti del novecento, nazismo e fascismo, Hitler, la deportazione degli ebrei; e poi il bombardamento di Dresda, la nube tossica che contaminò la cittadina di Seveso, i lavavetri, le prostitute e così via.

Molto più importanti sono la figura della donna in fuga, che, nel preparare i bagagli, porta con sé la foto di un carbonaro trovata in un libro; la figura del vecchio che prima gioca a solitario e poi si siede, con una pistola in mano, dietro a una porta socchiusa; e infine quella di Renato Curcio, considerato alla stregua del carbonari Piero Maroncelli.

La prima rappresenta, forse (?), la speranza e la speranza nelle idee rivoluzionarie, che, fattasi carico di quel che rimane del suo bel passato (la foto, cioè i valori dei carbonari e la libertà), prende e fugge via - notare che il tema della fuga è molto caro a Salvatores.
A fuggire, inoltre, sarà anche "il poeta della Baggina" - celeberrima casa di riposo milanese Pio Albergo Trivulzio, come indicato nel libretto dell'album, il cui presidente era Mario Chiesa, dal cui arresto iniziò lo scandalo Tangentopoli -, ovvero il Poeta in sé e per sé, il poeta delle cose passate e dei vecchi ideali, che cerca uno spiraglio di salvezza ma che infine fallisce, perché facilmente riconoscibile ("la sua anima accesa mandava luce di lampadina").
Il vecchio, invece, è la Resistenza, una resistenza forse abbandonata (gioca a carte da sola) ma che rimane comunque vigile sul presente nonostante rappresenti il passato - e che quindi non potrebbe mai essere raffigurata in un giovane.
Infine c'è Renato Curcio, ovvero la prigionia politica. In questo senso, la resistenza non si rivela come una resistenza solo storica o solo umana, ma anche come una forma di resistenza politica, come resistenza al potere - quel potere che, nel video, trasforma tutti i maiali in wurstel.
Il richiamo a questa figura vuol porre in dubbio anche i pesi diversi usati dallo Stato nel condannare alcuni terroristi di sinistra e altri di destra.

È giusto non dare giudizi di dubbio valore sulla figura di Curcio - meglio lasciare ad ognuno la propria sentenza -, ma al tempo stesso è indubbio come esso, in questo contesto, rappresenti l'agnello sacrificato allo Stato, colpevole certamente di aver tentato di ribaltare il sistema politico - la speranza, comunque, è pur sempre quella che non ci siano né carneficine né mani lavate ("voglio vivere in una città dove all'ora dell'aperitivo non ci siano spargimenti di sangue o di detersivo").

Agli effetti, si tratta del saldo che la sinistra deve pagare per adeguarsi al nuovo ordine delle cose ("furono inviati messi, fanti, cavalli, cani ed un somaro ad annunciare l'amputazione della gamba di Renato Curcio, il carbonaro").
È necessario citare lo stesso De André a questo proposito:

Il riferimento a Curcio è preciso: io dicevo semplicemente che non si capiva come mai si vedevano circolare per le nostre strade e per le nostre piazze, piazza Fontana compresa, delle persone che avevano sulla schiena assassinii plurimi. E, appunto, come mai il signor Renato Curcio, che non ha mai ammazzato nessuno, era in galera da più lustri e nessuno si occupava di tirarlo fuori.
Direi solamente per il fatto che non si era pentito, non si era dissociato, non aveva usufruito di quella nuova legge che, certamente, non fa parte del mio mondo morale

Va comunque fatto notare che De André ha sempre rispettato, e spesso giustificato, il terrorismo, come si evince sia nella stessa canzone che in altre come Andrea o Coda di lupo.

Altre due figure che appaiono nel testo sono quella di "Baffi di sego" (nelle note del libretto dell'album, un gendarme austriaco in una satira di Giuseppe Giusti) e del secondo secondino che, nella "galera patria", decidono di mettere una pietra sull'idea di una possibile rivoluzione - questa immagine si potrebbe interpretare come un'allusione ironica ai vertici del PCI.

Questo è un ordine che viene imposto, appunto, senza l'uso di una violenza fisica ("la domenica delle salme non si udirono fucilate"), ma che va ad agire solo sulla coscienza collettiva, attraverso un consenso unanime e in un clima di euforia generale ("il gas esilarante presidiava le strade").
Ma si tratta solamente di una gioia effimera, di un qualcosa che non trova nessuna tangenza con la realtà quotidiana ("la domenica delle salme si portò via tutti i pensieri"), nella quale i primi a farne le spese sono gli anziani ("la domenica delle salme si sentiva cantare: quant'è bella giovinezza, non vogliamo più invecchiare") e i popoli dell'est ("i polacchi non morirono subito, e inginocchiati agli ultimi semafori rifacevano il trucco alle troie di regime lanciate verso il mare" - al tempo della canzone i polacchi erano gli extracomunitari per eccellenza, considerati comunque come popolazione dell'est a tutti gli effetti), dove muore il vecchio concetto di schiavitù, la schiavitù materiale, per lasciare il posto a una nuova forma schiavitù, quella degli ideali e della libertà ideale.

La politica si impegna in fatiscenti discorsi retorici ("un tripudio di tromboni"), ben consapevole del punto di non ritorno cui sta volgendo ("il ministro dei temporali [...] auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani, le mani sui coglioni"). E contemporaneamente, la frenesia del capitalismo può muoversi ad est, verso un mercato nuovo e ancora illibato ("i trafficanti di saponette mettevano pancia verso est").
Il buonismo impera ovunque, l'indifferenza generale prende il sopravvento su tutto, si insedia una pace ideale e surreale, la società si appiattisce, l'antagonismo viene livellato, e quel poco che rimane del passato viene svenduto a sottocosto.
La democrazia si dichiara vincitrice contro il "defunto ideale" (il comunismo) e contro "il cadavere di utopia" (l'anarchia), ma è "una democrazia che sta diventando sempre meno democrazia", e che "democrazia reale non lo è mai stata" - come dichiarato in un'intervista -, sebbene "lo sapevano tutti, nessuno si peritava di dirlo".

Tutti sentono di essere liberi, ma in fin dei conti nessuno è veramente libero. È la massa ("tutti a seguire il feretro del defunto ideale") che spera che il crollo del comunismo possa portare alla ricchezza globale ("la domenica delle salme, gli addetti alla nostalgia accompagnarono tra i flauti il cadavere di utopia"), e che vedrà poi deluse le proprie aspettative in una pace che, come già detto, è "terrificante".
L'unico ad avere un qualche libertà è il cugino De Andrade (ripreso dal poeta sudamericano Oswald De Andrade) che vive con un cannone nel cortile ("a tarda sera, io e il mio illustre cugino De Andrade eravamo gli ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile, perché avevamo un cannone nel cortile"), ovvero l'uomo che guarda con eterno scetticismo verso la civiltà circostantee alla legge imposta - nel video anche il vecchio, cioè la Resistenza, è armato di pistola -, unica isola di vera libertà secondo De André.

La critica, in tutto questo, non può mancare, e De André si getta sul mucchio.

Anche accettando l'inevitabilità degli eventi, a tutto questo non è seguita comunque nessuna forma di opposizione. Una critica rivolta a tutti (Fabrizio parla alla prima persona plurale, e lui stesso dirà che "è una critica anche nei nostri confronti"), e in particolare a quei colleghi che prima si erano arricchiti cavalcando varie proteste ("voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio, coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio, voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti, per l'Amazzonia e per la pecunia, nei palastilisti e dai padri Maristi" - i longobardi sono il mondo occidentale, i centralisti sono i funzionari di partito, l'Amazzonia richiama alle cause ambientaliste e così via, alludendo anche alla chiesa e al partito socialista) che avevano la possibilità di svegliare la coscienza collettiva ("voi avete voci potenti, lingue allenate a battere il tamburo. Voi avevate voci potenti, adatte per il vaffanculo") e che poi hanno preferito perdersi in canzonette insignificanti, asservendosi al potere che impone il silenzio, piuttosto che mettersi a capo di una riscossa sociale - è importante dire che, secondo De André, nessuno può sentirsi in diritto di essere innocente ("le regine del tua culpa affollavano i parrucchieri", riferita particolarmente alla piccola borghesia, sempre estranea a tutto e mai coinvolta nei problemi), ma che al tempo stesso la canzone d'autore ha un dovere maggiore perché maggiore è la sua possibilità di parlare alle masse.

I pochi dissidenti preferiscono sparire di scena ("gli ultimi viandanti si ritirarono nelle catacombe"), sulla quale, infine, il frinire delle cicale sovrasta ogni altro rumore.
Un frinire che può essere interpretato o come un ultimo spiraglio di salvezza che, ironia della sorte, parte proprio dal basso, ovvero dal "cuore d'Italia da Palermo ad Aosta" che si gonfia "in un coro di vibrante protesta". Oppure come un'allusione alla protesta vista come a un canto monotono e petulante, dal quale tutti si dimostrano infastiditi.

[Nota: ho scritto questo saggio il 17/11/2008 per Die Brucke. Viene riportato qui integralmente]