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Il complotto dei complottisti

Un'idea mi sono fatto: se davvero esiste un complotto, allora è il complottismo stesso. In altre parole: il complotto consisterebbe nell'indurre gli altri a credere che esistano complotti.

Partendo da scarsa istruzione e da impoverimento culturale, cioè dall'analfabetismo funzionale, mentre una massa di pecoroni (convinti che i pecoroni siano gli altri, quando loro sono ormai tutti uniformati nei loro deliri collettivi) corre dietro a scie chimiche, terremoti telecomandati, alieni mascherati da umani, set cinematografici per inscenare sbarchi lunari, organizzazioni massoniche che portano avanti piani per la conquista del mondo, i governi, la finanza, le multinazionali e altre organizzazioni varie (tutte con una cosa in comune: non hanno nulla di segreto e confermano essi stessi la propria esistenza) agiscono per smantellare diritti e servizi, ridistribuire la ricchezza verso l'alto, violare le norme che ne regolano poteri e ambiti di intervento.

Tutto alla luce del sole, ovviamente. Cosa abbastanza semplice, dal momento che buona parte degli altri è ipnotizzata davanti a questo o quel sito internet che affermerebbe di avere presunte prove circa l'esistenza delle sirene o del chupacabra. Rimanendo seduta dietro una scrivania, anziché scendendo in piazza. Contando che quelle rare volte in cui accade che effettivamente si riempia una piazza, accade perlopiù in opposizione a una non-dimostrata correlazione tra vaccini e autismo (per dirne una recente). Non certamente perché - come ampiamente e scientificamente dimostrato - il nostro e altri governi occidentali vendono illegalmente armi a altri governi che a loro volta le vendono a terroristi fondamentalisti, che poi le impiegano per questo o quell'attentato, portando infine proprio i governi di cui prima a dichiarare loro delle fantomatiche e mai intraprese guerre (per dirne un'altra recente).

C'è da aggiungere che - sempre nella mia opinione - il complottismo svolge a livello inconscio una funzione sociale e morale per le singole individualità: l'idea che esistano forze segrete, che operano piani segreti e tramite strumenti altrettanto segreti, la cui potenza non è umanamente contrastabile, pone ogni problema collettivo in termini di "fatalità" e "ineluttabilità", sollevando pertanto il singolo dal doversi impegnare per cambiare l'ordine delle cose (d'altronde, anche se lo volessi, come potrei contrastare una cosa che nemmeno posso vedere?). L'aspetto dell'assoluta segretezza del tutto rende infine non dimostrabile l'esistenza di questi complotti e di conseguenza (e viceversa) rende non dimostrabile anche la loro non-esistenza, sollevando (ancora) il singolo dal dover dimostrare la validità delle proprie teorie.

In termini definitivi: i complotti sono un bel modo per restarsene a farneticare dietro a un pc, senza peraltro doversi giustificare, né verso il resto della società, né tanto meno verso se stessi. Frattempo nel mondo reale ogni cosa continua a proseguire nella direzione di sempre.

Revenge porn

Stamattina ascoltavo la radio, dove si diceva che la ragazza che si è suicidata per il video porno "se l'è cercata".
Cosa nasconde questa frase - che sentiamo sempre più frequentemente - a livello semantico?

Si potrebbe pensare alluda alla sua ingenuità - e ingenua lo è stata, innegabilmente.
Ingenuità a riguardo della lealtà dei suoi amici da una parte e delle potenzialità dei moderni strumenti di comunicazione dall'altra. Questo vi risponderebbe chi la pronuncia, semmai gli chiedeste cosa intenda dire esattamente con quella frase*.

Ma è la vigliaccheria di coloro che, vergognandosi delle proprie meschine opinioni e sapendo di non poterle difendere in pubblico (perché indifendibili in un contraddittorio fondato sulla ragionevolezza), le mascherano dietro un ipocrita politically correct, utile a loro per continuare a pronunciarle e ricevere approvazione dal pubblico, pur consapevoli (sia chi pronuncia, sia chi ascolta) della loro ingiustizia.
Sottende infatti un più banale "è colpa sua", cioè un'attribuzione piena di ogni responsabilità dell'accaduto: è colpa della ragazza, perché lei "non sapeva forse che..?.".

Si noti: non è un reato tradire il fidanzato, riprendersi in video porno (con il consenso delle parti) o inviare quei video ad amici; è invece reato diffondere quei video (senza il consenso), prima a terzi e poi pubblicamente.
Quindi quale sarebbe, eventualmente, l'imputazione? A intuito si direbbe l'esatto contrario: la ragazza è nel pieno della ragione, semmai i responsabili sono i suoi amici e tutti coloro che hanno concorso alla condivisione del video, che dovrebbero essere imputati non solo per violazione della privacy e per lesione della dignità della ragazza, ma anche per istigazione al suicidio.
A dimostrazione, la ragazza stava ottenendo ragione nelle aule di tribunale.

Però per la pubblica opinione il diritto soccombe al consuetudinario: è irrilevante cosa dica la legge, è irrilevante quali siano i diritti individuali di una persona, viviamo in un mondo che "funziona così" (il consuetudinario, appunto) e quindi la colpa è della ragazza per aver agito in barba a questo principio. Nel rispetto della legge, certo, legge che invece altri non hanno rispettato, ma nella violazione del consuetudinario, più determinante.

Questo "funziona così", che difendiamo a spada tratta, è il solito retaggio della nostra società patriarcale e maschilista, che riconosce ampie libertà sessuali al genere maschile e pesanti limitazioni sessuali al genere femminile, fondando ormai buona parte della nostra cultura e dell'immaginario collettivo.
Il principio alla sua base è lo stesso che vede l'uomo sessualmente libero e promiscuo come un "eroe", come un modello sociale da seguire (contro anche una reale libertà, che dovrebbe vedere ognuno vivere il sesso come più gli aggrada, senza modelli né positivi, né negativi); mentre la donna sessualmente libera e promiscua come una "puttana" o come una poco di buono, moralmente condannabile.
Sempre come "eroi" sono visti gli attori maschili dei film porno, contro le attrici femminili viste alla stregua di merce da consumo, nonostante stiano effettivamente facendo la stessa cosa (il paradosso qui è oltre ogni evidenza).
Il principio è lo stesso che - ancora - colpevolizza la donna quando è vittima di stupro o di altre violenze fisiche, perché rea di essere sessualmente attraente, e che quindi assolve l'uomo perché ingiustamente provocato e costretto dalla donna ad agire tramite istinto animale.

Visto che stiamo dando un nome alle cose, chiamiamo anche il fenomeno complessivo con il termine corretto: si chiama revenge porn. Ed oltre ad essere in crescita esponenziale (in proporzione alla diffusione dei mezzi di comunicazione), non a caso colpisce esclusivamente il genere femminile.
D'altronde immaginate un attimo se possa mai essere a danno di uomo: diffondere foto o video che lo vedono impegnato in atti sessuali gli porterebbe soltanto consenso dai suoi simili, cioè l'effetto contrario, come già accennato (diverrebbe un eroe).

Ne sentiamo parlare non a sufficienza, perché questo accade solo quando l'oggetto della contesa è estremo (un video di sesso integrale) e quando le conseguenze sono altrettanto estreme (il suicidio di una ragazza). I casi più semplici, dove magari per "vendetta" l'ex (uomo) invia agli amici foto della ex (donna) in atteggiamenti intimi, sono concettualmente altrettanto gravi, ma ovviamente non si possono contare. Allo stesso modo sono finalizzati a ledere la dignità di una persona facendo leva e mettendo sotto un processo sommario e di piazza le sue libertà sessuali. E non essendone socialmente riconosciute al genere femminile, ovviamente è utilizzabile solo contro questo.

Allora forse, andrebbe aperto anche un grande processo contro la nostra società, visto che riconosce dei diritti legali a una donna, ma al tempo stesso la espone al pubblico ludibrio quando va ad esercitarli; peggio nel momento in cui quei diritti sono già ampiamente riconosciuti al genere maschile e quindi l'esercizio da parte del genere femminile va a concorrere essenzialemente verso una parificazione in termini di diritti.

* come volevasi dimostrare, mentre scrivevo questo articolo un ascoltatore ha chiamato in radio e ha ricevuto proprio questa spiegazione alla frase

Non fate figli

Certo, quello riguardo la natalità resta uno dei più radicati assiomi culturali. E il peggiore, inoltre.

Guardiamo i dati scientifici:
1) il pianeta Terra va spedito verso il collasso: l'uomo consuma più risorse di quante ne siano prodotte. Oltre l'inquinamento sempre crescente, che peggiora le condizioni di vivibilità. Questo non esclude si possa invertire la rotta in un futuro prossimo, ma ad oggi non esiste ancora questo impegno;
2) l'industria alimentare basata sulla carne è la più dispendiosa per rapporto tra quantità di risorse impiegate e alimenti prodotti, e causa di malnutrizione. Anche ricorrendo esclusivamente a un'industria alimentare ottimale (basata su cereali e legumi), pur se migliorativa della situazione, non sarebbe ancora sufficiente. Ad ogni modo, infatti, una superficie limitata e finita (che tale è, anche ipotizzando irrealisticamente che tutta la superficie terrestre possa essere coltivabile), che ha a disposizione risorse limitate e finite, in prospettiva non potrà nutrire una popolazione che tende a crescere illimitatamente;
3) ci sono 132 milioni di bambini orfani in attesa di un'adozione. La stragrande maggioranza di loro non vedrà esaudito il proprio desiderio, anche perché si è comunemente convinti che un figlio adottivo sia qualitativamente inferiore a un figlio concepito, nonché motivo di minori soddisfazioni;
4) la crisi economica ha impoverito tutta la popolazione, colpendo particolarmente i più giovani, che anche a trent'anni non hanno un lavoro o ne hanno uno precario e in nero, non hanno nessuna garanzia o stabilità, in molti casi sono costretti a ricorrere alle economie dei genitori. In definitiva, che spesso non sono in grado di sostenere nemmeno se stessi.

Questi i dati scientifici. Aggiungiamo una deduzione altrettanto scientifica, particolarmente condivisa e non frutto di pessimismo, ma di mero realismo:
5) è presumibile che nei prossimi decenni le guerre avranno per oggetto non più oro e petrolio, bensì cibo e acqua.

A tutto questo, aggiungo infine un parere opinabilissimo:
6) non esiste nessuna crisi economica, che sarebbe attualmente in corso e che avrebbe fatto seguito a un precedente periodo di normalità. L'attuale situazione è piuttosto quella di normalità, mentre nel passato si aveva "drogato" l'economia e sostenuto spese pubbliche con cambiali e saldo dei costi a lunga scadenza. Dunque non ci sarà e non ci sarà mai nessuna presunta "ripresa dell'economia", piuttosto una stabilizzazione dell'attuale situazione.

Veniamo alle deduzioni.

Alla luce di quanto detto, un governo responsabile e dotato di buon senso dovrebbe fare soltanto una cosa: politiche (e anche pesanti) per disincentivare la natalità. Massimo un figlio per coppia e soltanto per le coppie che manifestano un desiderio autonomo e consapevole (specie a riguardo delle responsabilità che comporta). Sanzioni economiche per chi supera il limite imposto.
D'altronde significa evitare che persone che non sono in grado di sostenere nemmeno se stesse - come già detto - debbano occuparsi di sostenere un numero indeterminato di figli. Che non avranno un posto all'asilo, che non potranno usufruire di incentivi per gli studi, che non avranno cibo a sufficienza, che non troveranno lavoro e così via.
Con il rischio che il costo ricada facilmente sullo Stato e quindi sulla collettività.

Qui sta il punto di cui in premessa. L'evidenza di un assioma insuperabile.
L'idea che la procreazione sia un passaggio necessario e obbligato della propria vita (e in base a cosa?) e che peggio sia preferibile concepire più di un figlio (e perché?).
L'idea che avere un figlio sia un diritto, come quello alla maternità sia un diritto di ogni donna e un'esperienza che non si può negare a nessuna (anche se poi quel figlio dovrà essere sostenuto da tutta la collettività, peraltro non riuscendoci?).
L'idea che mettere al mondo un figlio senza potergli garantire un futuro dignitoso e soddisfacente  - che dipende dal contesto ambientale già descritto, ma anche dalla capacità e dalla volontà dei genitori di essere tali - sia sempre meglio che negargli di venire al mondo (e non suona come un'assurdità?).

Le possibilità e gli strumenti della politica si scontrano rovinosamente contro questo assioma. Non solo la politica non agisce per disincentivare la natalità - come dovrebbe . Peggio, la destra e anche una buona parte della sinistra continuano ad incentivarla in ogni modo, arrivando persino a proporre la procreazione scriteriata e incontrollata come una soluzione ai problemi della nostra società. Una proposta che magari va a contrapporsi all'introduzione di percorsi utili per un'educazione sessuale. Producendo potenzialmente una futura catastrofe sociale.

Questo accade perché l'esistenza di quell'assioma permette in questo senso di ottenere un facile consenso elettorale. Peraltro realizzando soluzioni inadeguate: giusto per fare un esempio qualsiasi, è misurabile l'inefficacia di un "bonus bebè" (di uno o due migliaia di euro), che viene politicamente preferito a un'adeguata offerta di servizi per neonati. Ma chi lo propone si vedrà probabilmente coprire di scroscianti applausi.
Controprova ne è il fatto che chiunque abbia proposto o applicato politiche per disincentivare la natalità sia stato politicamente lapidato.

Il titolo è chiaramente una provocazione: se volete farne, fateli, ragionando però intorno a una vostra scelta e non su invito di terzi o come una possibile soluzione a presunti problemi (no, un figlio non è una soluzione a nessun problema). A prescindere, non lo negherei nemmeno a me stesso.
Ma quel titolo dovrebbe essere il messaggio veicolato dalle autorità, nel momento in cui il loro compito dovrebbe essere quello di garantire una sostenibilità sociale e dignitose condizioni di vita per tutta la popolazione (sia quella nascitura, sia quella già vivente), non di dare seguito e assecondare ogni desiderio che arriva dalla pancia dei cittadini.

La guerra ai e tra i poveri

Su un tavolo ci sono 10 biscotti. Intorno al tavolo ci sono un ricco italiano, un povero italiano e un immigrato. Il ricco italiano prende 9 biscotti e poi dice al povero italiano "attento, l'immigrato sta per rubare il tuo biscotto!"


I 10 italiani più ricchi detengono complessivamente un patrimonio di 98 miliardi di euro (per raggiungere la stessa cifra, partendo dal basso della classifica, sono necessari 18 milioni di italiani "poveri").

Nel 2013, quando l'economia nazionale segnava un -12%, loro segnavano un +70% di aumento dei loro patrimoni.

***

La storia lo ha già abbondantemente e precisamente spiegato: durante qualsiasi crisi economica, i ricchi si arricchiscono e i poveri si impoveriscono. Detto diversamente, le crisi economiche acuiscono il divario tra le classi sociali.

C'è però un inedito storico: la guerra tra poveri.

Non sempre è accaduto che i poveri, vedendosi impoverire ulteriormente, muovessero guerra contro i ricchi, vedendo quelli arricchirsi ulteriormente. A volte ricorrendo anche alla violenza, vista l'abissale superiorità numerica. Ma a volte è accaduto.

Però oggi accade qualcosa di nuovo: l'italiano medio, l'italiano povero e l'immigrato muovono guerra l'un l'altro, specie il primo contro gli altri due e il secondo contro l'ultimo.

Non rivendicano per sé e per gli altri un migliore tenore di vita, né denunciano il tenore dei ricchi operato a discapito del loro.

No, semplicemente si limitano ad augurare che tutti coloro che sono sotto di loro nella classifica possano vivere sempre peggio. Si limitato a provare invidia quando (e accade molto raramente) qualcuno che viveva peggio di loro vede migliorare il proprio tenore e risalire leggermente la classifica.

Intanto i ricchi sorridono sotto i baffi e ammiccano quando i loro sguardi si incontrano. Anche il prossimo anno, nonostante la crisi economica, soprattutto grazie alla crisi economica, i loro patrimoni cresceranno: nessuno li tocca. Anzi, semmai tutto li avvantaggia.

http://www.repubblica.it/economia/2015/01/19/news/la_crisi_raddoppia_il_patrimonio_alle_dieci_famiglie_dei_paperoni_ora_pi_ricche_di_20_milioni_di_italiani-105248084/

Tra Schengen e il TTIP

Una decina di anni fa, specie grazie all'applicazione di Schengen, la retorica politica era quella del "in prospettiva, fra 10 anni potrai viaggiare come ti pare, andare dove ti pare, fare quello che ti pare. Basterà la carta d'identità".

E un po' è così: se il prossimo weekend volessi visitare una capitale europea, mi basterebbe andare sul sito di una compagnia low cost, pagare con carta di credito e stampare il biglietto (anzi, ora c'è l'app mobile e posso anche non farlo).
Meno di 100€ A/R e meno di 2 minuti per l'operazione. Bello.

Oggi tuttavia sembra si stia invertendo questa tendenza: da una parte, si stanno mettendo in forte discussione proprio quegli accordi e in un futuro prossimo persino noi potremmo avere difficoltà a muoverci all'interno dei nostri confini; dall'altra parte, peggio invece quanto sta accadendo ai confini dell'Europa, dove decine di migliaia di profughi in fuga dalla guerra si vedono sollevare muri e recinzioni per respingerli, dove un paese criminale e terrorista come la Turchia viene delegato a contenere una crisi umanitaria per la quale noi preferiamo coprirci gli occhi e tapparci le orecchie.

Di contro però, grazie al TTIP in quello stesso futuro prossimo le merci e i capitali potranno essere sempre più libere di muoversi, subiranno meno controlli e potranno essere spostate più velocemente.

È il capitalismo, bellezza: in un paio di giorni compri e ricevi a casa un pacchetto che arriva dall'altro lato del mondo; ma un minore non accompagnato (orfano o semplicemente rimasto solo) può attendere due, tre, anche quattro mesi in un campo profughi - come quello di Idomeni - in attesa di sapere cosa intendiamo fare del suo futuro. Sempre se lo faremo, sempre se ne avremo voglia.

(la bellissima vignetta di Mauro Biani pagina per Il manifesto)

Il sionismo di Woody Allen

Quando muovete delle critiche razionali al sionismo e dall'altra parte si limitano a rispondere accusandovi di anti-semitismo, di fatto tranciando la discussione ed evitando strategicamente di entrare nel merito della stessa, due sono le ipotesi possibili:

1) vi trovate di fronte a un sionista;
2) vi trovate di fronte a un idiota.

Poi uno può anche fare bei film o brutti film (Woody Allen), può anche scrivere begli articoli o brutti articoli (Roberto Saviano), ma resta comunque un sionista o - nella migliore delle ipotesi - un idiota.

Che poi, a pensarci bene, è comunque la stessa cosa: il sionismo è soltanto una delle numerose manifestazioni dell'idiozia umana.

(l'articolo completo è qui, è stato pubblicato nel 2013, così come questa dichiarazioni sono state affermate nel 2013. Ma il ragionamento è sempre d'attualità)

Premessa: è un articolo come migliaia che si trovano sul web, su siti e testate più o meno attendibili o più o meno professionali.
Riporto questo come esempio semplicemente perché è stato l'ultimo che ho avuto modo di leggere e per il quale ho trovato tempo per scriverne.


Il The Post Internazionale ha pubblicato questo articolo, che riporta nel titolo:

250mila bambini uccisi o violentati in Colombia da quando è in vigore la tregua tra governo e Farc

Poi, nel corpo dell'articolo:

Dal 2013 a oggi le ostilità in Colombia hanno annientato la vita di 250mila bambini

Screenshot: 

L'articolo cita come fonte prima un "rapporto dell'Unicef" (nel titolo), poi un "rapporto delle Nazioni Unite" (nel corpo).
Il rapporto è dell'Unicef (e non dell'ONU), è disponibile come articolo qui. Il rapporto integrale può invece essere scaricato da qui.

L'articolo dell'Unicef riporta nel titolo:

Over 250,000 children affected by Colombia conflict since 2013, despite peace talks

Poi, nel corpo:

More than 250,000 children have been affected by the conflict in Colombia since peace talks between the Government and the country’s main armed opposition group (FARC-EP) started three years ago, UNICEF said in a report released today

Screenshot:

Il rapporto dell'Unicef dice che negli ultimi tre anni sono oltre 250mila i bambini che sono stati interessati dal conflitto. Ovviamente con questo si intendono anche semplicemente quei bambini che vivono nella regione interessata dal conflitto o che comunque ne vivono direttamente o indirettamente le conseguenze. Ovvero, per semplificare, 250mila sono i bambini che (in un modo o in un altro) hanno vissuto il conflitto.
I bambini uccisi sono invece 75, quelli feriti 180. I bambini uccisi o feriti da mine o ordigni inesplosi sono 130. I bambini vittime di violenze sessuali sono 180. Non avendo modo di dividere il terzo e il quarto dato ed escludendo quindi soltanto i semplici feriti, possiamo dire che nella peggiore delle ipotesi i bambini uccisi sono massimo 385.


Qualche considerazione.

Chiunque abbia un minimo di informazioni riguardo il conflitto tra governo colombiano e Farc avrà subito riconosciuto come inverosimile quella cifra, visto che trattasi di guerriglia locale e di un conflitto razionalmente circoscritto ad alcune regioni colombiane e soltanto ad alcune attività militari.
Ma, anche se così non fosse, anche se si fosse del tutto all'oscuro dell'argomento: se i bambini uccisi dovessero veramente essere 250mila, si dovrebbe legittimamente stimare che i morti totali dovrebbero allora ammontare ad alcuni milioni (sommando anche giovani, adulti e anziani). Si tratterebbe dunque di una guerra su una scala molto maggiore e che dovrebbe coinvolgere non solo un maggior numero di persone, ma anche un territorio molto più ampio. Ovviamente non c'è notizia di nulla di tutto questo, da momento che non è.

Per dare un'idea: il numero di morti totali in Siria dall'inizio della guerra civile ad oggi viene stimato proprio intorno alle 250mila unità.

Alcune ipotesi:

  • il giornalista ha tradotto male l'articolo dell'Unicef. Probabilmente non ha letto il rapporto completo, che è molto più dettagliato riguardo i dati e che quindi difficilmente avrebbe portato a ripetere lo stesso errore. Ha quindi fatto affidamento a un numero molto limitato di fonti (una sola), evitando persino quelle facilmente e immediatamente accessibili (il rapporto completo);
  • il giornalista probabilmente non sa nulla a riguardo dell'argomento trattato, né si è informato a riguardo prima di pubblicare l'articolo, altrimenti quel dato sarebbe sembrato immediatamente sproporzionato;
  • il giornalista non si è posto nessun dubbio riguardo la validità di quanto stava per pubblicare. Per il motivo già spiegato, non si è domandato se sia possibile che in Colombia sia in corso un conflitto che avrebbe causato la morte di 250mila bambini e quindi, di conseguenza, di milioni di persone.

In alternativa a tutto questo, il giornalista potrebbe essersi limitato a copia-incollare una traduzione già sbagliata, prendendola per buona. Ma - inutile a dirsi - è un'ipotesi ancora peggiore.

 

referendum hanno un quorum da raggiungere. Non discuto della legittimità del quorum (penso infatti sia legittimo e anzi necessario), ma l'esistenza di un quorum fa sì che i contrari preferiscano far vincere l'astensionismo piuttosto che far vincere il "no".
E come si fa vincere l'astensionismo per un referendum? Semplicemente evitando di informare i cittadini della sua esistenza. Se non sanno che c'è un referendum, non andranno a votare.
Strategia legittima, non discuto nemmeno di questo.

Ma questa strategia cosa determina, a sua volta? Una condizione per la quale i cittadini sentiranno soltanto le ragioni del "sì", mentre quelle a favore del "no" non verranno probabilmente nemmeno pronunciate.
Realizzare e distribuire materiale pubblicitario con le "ragioni del no"? Meglio evitare, perché se finisse nelle mie mani io verrei a conoscenza dell'esistenza del referendum stesso (del quale, magari, prima non sapevo nulla) e successivamente, raggiunto questo primo e ovvio risultato, potrei non trovarmi d'accordo con quelle ragioni e votare comunque "sì". Si eviterà anche di costituire "comitati per il no" (avete mai notato che sono sempre pochissimi e sproporzionati?), perché anche questa sarebbe già di per sé una notizia riguardo l'esistenza di un referendum.
Quindi: silenzio stampa totale. È la strategia oggettivamente migliore.

Cercare di far vincere le ragioni del "no" è ovviamente molto più complesso e impegnativo. Mentre cercare di convincere consapevolmente i cittadini a non andare proprio a votare (ovvero spiegare loro che un referendum c'è, ma è meglio ignorarlo) è ancora peggio e potrebbe generare così tanta confusione nell'elettorato da produrre il risultato opposto.

Questa è una situazione che si presenta ciclicamente ad ogni referendum, perché dovuta proprio alla natura del referendum (la presenza di quorum).

Sta anche bene. Ripeto: non discuto della legittimità di questo.
È però poi paradossale se contemporaneamente chi è contro il "sì" si lamenta dello stesso, medesimo problema, ovvero di un'informazione (a riguardo dei quesiti) in un'unica direzione. Denunciano quello che (a loro dire) è sempre lo stesso problema: la "disinformazione". Denunciano, in altre parole, il fatto che i cittadini non siano stati correttamente informati riguardo tutte le posizioni.

Giustamente, coloro che sono a favore del "sì" fanno una propria campagna referendaria, essenzialmente finalizzata alla promozione delle ragioni a favore del "sì" (ci si meraviglia davvero di questo?). Di conseguenza, quella parte di cittadini che fruisce dell'informazione pubblica (o perché la cerca consapevolmente, oppure perché ci si scontra per forza di cose), fruirà inevitabilmente solo di una parte di informazione.

Mi fermo qui. Perché presumo che, a questo punto, il paradosso costituito da questa posizione sia evidente e non necessiti di ulteriori spiegazioni o esemplificazioni.
La situazione di "presunta disinformazione" denunciata dai contrari al "sì" è effettivamente reale, certo, ma è causata esclusivamente dalla strategia da loro applicata e loro ne sono gli unici responsabili.

Ora sintetizzo questo mio intero articolo in un'unica frase finale: decidete che cazzo volete fare, basta che poi siate coerenti.

Sono pur sempre nostri amici

L'atteggiamento dell'Egitto a fronte della drammatica morte di Giulio Regeni ci permette di avanzare alcune considerazioni essenziali. Dove quella loro essenzialità è dovuta da una parte dalla rilevanza assoluta del tema, dall'altra dalla tardività con la quale l'opinione pubblica sta cominciando (parzialmente) ad interessarsene.

Meglio tardi che mai, si direbbe. Ma sta venendo a galla una realtà che purtroppo non solo è già realizzata, ma peggio è ormai radicalizzata e si configura semmai come ordinarietà delle cose. Oggi viene a galla semplicemente perché ormai la sua evidenza è tale da aver posto rimedio anche alla miopia politica comunemente diffusa nel nostro paese.

L'Italia è un paese abituato a una totale sottomissione nei confronti di qualsiasi potente. E - si badi bene - non solo con quanti sono effettivamente più potenti di essa (come Usa o Germania), ma peggio e praticamente verso chiunque sia capace di mostrare detenere un qualsiasi potere o autorità, a prescindere da quale sia e da quale peso abbia.

Negli ultimi tempi, questo atteggiamento si è consolidato nei confronti di paesi come Israele o Turchia.
Due casi più recenti noti anche a chi si informa saltuariamente e solo tramite i mass media: l'accoglienza riservata ad Hassan Rohani, presidente dell'Iran, paese notoriamente conosciuto per l'assenza di ogni forma di giustizia, nonché per il triste record di esecuzioni capitali. Proprio il governo guidato da Rohani ha portato a termine 1084 esecuzioni solo nel 2015 e un totale di 2277 da quando è in carica. Come già saprete, in segno di suo rispetto si è arrivati persino all'umiliante gesto di dover coprire alcune opere d'arte, facendo sì che fosse l'ospitante ad adattarsi agli usi e ai costumi dell'ospite, e non viceversa come ci si aspetterebbe.
Oppure il caso dell'Arabia Saudita, anch'essa tristemente nota perché disconosce numerosi e fondamentali diritti civili, perché sta portando avanti una guerra violenta e illegale contro la popolazione (civile!) yemenita e infine perché è uno dei principali fornitori d'armi dell'ISIS. In visita nel loro paese, i rappresentanti del nostro governo hanno sgomitato l'uno contro l'altro per ricevere in regalo dei rolex d'oro dai principi sauditi, ricordando l'immagine delle galline che strepitano e si beccano quando il contadino getta a terra i chicchi di granturco.

Quando per forza di cose l'Italia entra a contatto anche con le vittime di questi (è inevitabile che accada), la questione assume dei caratteri ancora più grotteschi e paradossali: si finisce ovviamente con il colpevolizzare le vittime, spesso volgendo loro l'accusa implicita di opporre resistenza ai propri aguzzini. Può essere il caso dei palestinesi o dei curdi, ma è in realtà una condizione molto più diffusa e che spesso scade persino nel disinteresse più totale: a proposito dei recenti casi appena citati, può essere il caso della popolazione civile degli yemeniti oppure di tutte le minoranze (sessuali e non) presenti in Iran.
Per estremizzare, personalmente sto aspettando il giorno in cui, per difendere l'operato del governo iraniano che ha una particolare antipatia proprio nei confronti degli omosessuali, primo oggetto delle sue persecuzioni, qualcuno dei nostri affermerà qualcosa come: evidentemente in Iran gli omosessuali sono esageratamente omosessuali, ben oltre il limite della tollerabilità.

Veniamo all'Egitto. Secondo fonti riportate dall'Huffington Post, Giulio Regeni è stato arrestato e torturato dalla polizia turca insieme ad altre quaranta persone, precisamente dissidenti politici. Non è stato quindi un caso isolato. Piuttosto, questa situazione era già ampiamente diffusa. In questo interessantissimo articolo si spiega che:

Già lo scorso anno Human Rights Watch aveva parlato di migliaia di arresti e, in almeno 90 casi, di persone scomparse nel nulla, di veri e propri desapaceridos. Alcuni sono stati poi ritrovati in carceri già famose durante il vecchio regime per essere ingranaggi di una macchina del terrore, ma il fenomeno non sembra scomparire.

La stragrande maggioranza degli italiani conosce l'Egitto per Sharm el-Sheikh, le piramidi e i faraoni, il Nilo. Fine. Ma la verità è che quanto è accaduto a Regeni non è né una novità, né un'eccezionalità. Semmai, tutto al contrario: l'Egitto è l'ennesimo paese in cui è sufficiente scrivere un articolo che critica il governo per trovarsi, la mattina seguente, in fondo a una fossa.

Come dicevo, l'Italia è un alleato di tutti questi e ne è completamente e ormai inevitabilmente sottomessa. Di più: l'Italia soffre l'ansia di essere sempre in prima fila, quando si tratta di farsi amici assassini e oppressori di ogni sorta e ogni risma. Non a caso Matteo Renzi è stato il primo leader occidentale a recarsi in Egitto dopo l'elezione di Abdel Fattah Al-Sisi, autore del nuove regime e responsabile (politicamente e moralmente) dell'assassinio di Giulio Regeni, per congratularsi con lui.

C'è anche dell'assurdo: come accade sempre dalle nostre parti, se fortunatamente Regeni non fosse morto, avremmo continuato a disinteressarci di quanto accade in Egitto, nonostante sarebbero comunque accadute le stesse cose.

Il motivo di tutto questo è abbastanza semplice e rasenta l'ovvietà: in tema di rapporti internazionali, si ragiona in base a convenienza ed efficacia e non invece in termini di moralità e giustizia sociale.
Ritornando ai famosi casi già citati: grazie alla visita di Rohani, Italia e Iran hanno stipulato contratti per un totale di 17 miliardi di dollari (di 15 miliardi di euro); oppure, l'Arabia Saudita è un ottimo acquirente di armamenti italiani, gli stessi che poi passa sotto banco all'ISIS, gli stessi contro i quali poi dovremmo andare a combattere (che buffo il caso, eh?).

All'infuori di discorsi utopici riguardo un mondo migliore e governato dalla pace, il problema è che - anche in termini strettamente materialistici - questo atteggiamento è improduttivo e nocivo. L'Italia, rispetto a tutti gli altri suo omologhi, esagera: il Presidente dell'Iran è accolto ovunque, ma nessuno rinuncerebbe mai alla propria cultura per lui; tutti vengono ospitati dai principi sauditi, ma altri normalmente rifiuterebbero regali di dubbio gusto, che anzi quasi ricordano la puzza di concussione.
Infine: tutti si accordano e stringono amicizie con dittatori, genocidi e terroristi di ogni sorta, ma solo quando i vantaggi opportunistici superano di gran lunga qualsiasi scrupolo morale. L'Italia no, l'Italia lo fa indiscriminatamente, in una foga isterica secondo la quale sarebbe bene farsi tutti amici.

Questo, tuttavia, sul lungo termine crea l'immagine di un paese con scarsissima autorevolezza, capace di un asservimento totale e continuo, sempre pronto alla genuflessione come metodo di approccio esterno e dalle ginocchia ormai consumate.

Succede, alla fine, che il governo egiziano ci venga a raccontare prima che Regeni è stato vittima di un incidente stradale, poi della criminalità comune. Succede che l'ambasciatore italiano al Il Cairo, Maurizio Massari, affermi che:

La collaborazione dell'Egitto non è da dare per scontata

Come se fosse normale e quasi accettabile che un cittadino italiano, in veste di civile, venga rapito, torturato e infine assassinato da un governo straniero senza che questo sia nemmeno tenuto a fornire alcuna giustificazione.

Ne parlano tutti, se ne parla insistentemente da giorni. Tutti stanno scendendo in piazza, chi per dirsi a favore, chi per dirsi contrario. Sto ovviamente parlando dell'imminente referendum per l'abrogazione del divorzio, se non l'aveste capito.

Per chi si fosse perso qualche passaggio: qualche anno fa, il 1° dicembre 1970, il governo ha introdotto il diritto al divorzio (legge 898/70, Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio), concedendo ai cittadini di esercitare questa pratica.
Fortunatamente però, alcune forze politiche hanno saggiamente organizzato un referendum abrogativo, che si terrà fra qualche mese, il 12 e 13 maggio 1974. Essendo un referendum abrogativo, che si propone di cancellare una legge, votando "sì" si manifesta l'intenzione di abolire il diritto al divorzio, votando "no" di mantenere il diritto.

Allora, vi voglio spiegare perché io sono l'abolizione del divorzio.

I motivi sono obiettivamente tanti e quindi qui vi riporterò solo i cinque che, a mio parere, sono più significativi, in ordine sparso.

Contro la religione e contro la Costituzione. Il divorzio non è riconosciuto da nessuna religione, tanto meno la nostra, quella cristiana. Tutto al contrario, semmai. Infatti, la Bibbia dice con chiarezza:

Agli sposati invece ordino, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito. E qualora si separasse, rimanga senza maritarsi, o si riconcili col marito. E il marito non mandi via la moglie.

Del divorzio, non troviamo traccia nemmeno nella Costituzione, per chi volesse proprio appellarsi alla laicità. Infatti anche qui, i nostri padri costituenti, in tutta la loro saggezza, hanno stabilito che:

La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare

Non solo, dunque, non si trova traccia di alcun riconoscimento del divorzio. Ma, al contrario, la Costituzione si fa garante dell'unità familiare.

Il valore di un contratto. Il matrimonio altro non è che un contratto tra parti - in questo caso due, un uomo e una donna. Se offriamo alle persone la possibilità di annullarlo per qualsiasi vezzo o capriccio del momento («non ho più molta voglia di essere tua moglie»), peggio se questo può essere fatto a partire dalla volontà di uno solo dei due coniugi (come vorrebbe qualcuno), allora sostanzialmente annulliamo il valore di ogni contratto.
Se salgo sull'altare e pronuncio le fatidiche parole («sì, lo prometto», «sì, per sempre»), ma poi in qualsiasi momento posso dire «no, scusate ma mi sono sbagliato, ci ho ripensato» e magicamente si annulla tutto, allora le persone saranno portate a pensare che ogni accordo, ogni impegno, ogni responsabilità assunta può essere abbandonata in qualsiasi momento, anche per una semplice questione di opportunismo.
In altri termini, il diritto al divorzio deresponsabilizza le persone, installando l'idea che: un impegno è un impegno, ma anche no, se non ne ho più voglia.

Aumento dei rapporti extra-coniugali (tradimenti). Oggi, prima di tradire il proprio partner, ci si pensa due volte: sappiamo che se si venisse scoperti, sarebbero guai seri e l'altro coniuge vorrà fare i conti.
Con il divorzio, al contrario, i tradimenti potranno essere portati avanti con maggiore leggerezza: si continuerebbe ad essere sposati, peraltro come se nulla fosse, poiché se anche si venisse scoperti, beh, c'è il divorzio a risolvere il problema.
Insomma, il diritto al divorzio farà aumentare esponenzialmente i casi di tradimento.

I bambini. Probabilmente, la questione più importante. Cosa diremo ai nostri figli? Un bambino, si sa, non ha gli strumenti e le capacità per comprendere cosa possa mai significare il divorzio. Dunque come spiegheremo ai nostri figli che «mamma e papà non vogliono più essere mamma e papà»?
Comprenderanno? E proprio perché non possono comprendere una questione così complessa, facilmente crederanno che i loro genitori non li vogliono più come figli, che sono proprio loro, i figli, l'oggetto dell'abbandono.
Ancora, i figli potrebbero essere affidati a uno solo dei due coniugi, quindi avremo bambini che cresceranno senza la mamma o senza il papà. Può essere accettabile un'eventualità del genere? E lecito accettare che per garantire il diritto al divorzio, si neghi ai bambini il diritto di crescere con una mamma e un papà? Decisamente no, direi.
Ancora, di conseguenza, questi bambini saranno derisi e emarginati dai loro coetanei: «tu hai solo la mamma» o «che fine ha fatto il tuo papà?». Oppure, peggio ancora: «la tua mamma non ti ha più voluto» o «il tuo papà si è stufato di te e se n'è andato». Un motivo di eccessiva emarginazione sociale, specie ai danni dei più piccoli.

Decoro pubblico. È lecito presumere che, successivamente al divorzio, le persone potrebbero volere un nuovo partner e magari sposarsi nuovamente. Una seconda, una terza o persino una quarta volta. E, come se non bastasse, da queste nuove relazioni potrebbero nascere altri figli: figli, figliastri, fratellastri e sorellastre.
Ora, senza che io stia qui ad argomentare oltre quanto dovuto, vi apparirà evidente come si ponga un'importante questione di decoro pubblico. Francamente, io non voglio vedere andare a spasso marito, moglie, ex-moglie, ex-ex-moglie, due figli diversi da ognuna di queste per un totale di sei figli e figliastri.


Questo è un post sarcastico. Eppure è un post serio, serissimo.

Facendo una ricerca storica, si scopre che in tema di introduzione di nuovi diritti e di estensione di diritti già esistenti, le motivazioni dei contrari sono sempre sulla stessa falsa riga. Le ipotesi apocalittiche fanno sempre riferimento a una distruzione della società umana come (fino a quel momento) conosciuta. Qualsiasi sia il diritto in questione e qualsiasi sia il periodo storico di riferimento, anche se le motivazioni si sviluppano verso diverse direzioni, hanno tutte lo stesso punto di partenza: la paura verso ciò che è non è ancora conosciuto.

Se prendiamo un qualsiasi diritto oggi universalmente riconosciuto come "normale" (come il divorzio), perché ampiamente diffuso e praticato, e andiamo a rintracciare le argomentazioni di chi a suo tempo era contrario, adesso ci fanno sorridere. Le troviamo semplicemente ingenue e fantasiose.
Eppure sono le stesse argomentazioni che oggi vengono utilizzate, allo stesso modo, per contrastare nuovi e altri diritti.

In questo post ho scelto il divorzio, ma avrei potuto scegliere qualsiasi altra cosa. Il punto è questo: molti esponenti politici che oggi sono contrari alle unioni civili, specie tra persone dello stesso sesso, sono divorziati. Molti si sono anche risposati, alcuni anche più di una volta. Molti altri hanno tradito il coniuge. È normalità, ci mancherebbe.
Eppure sono fermamente convinto che, se fossero nati quarantanni prima, si sarebbero scagliati contro il diritto al divorzio avanzando le stesse argomentazioni che praticano oggi.


L'istituto Luigi Sturzo raccoglie molto materiale storico e permette di ricercare all'interno dei suoi archivi. Qui trovate molto materiale riguardo la discussione che negli '70 riguardava l'abolizione del divorzio.

Qualche manifesto significativo:
http://digital.sturzo.it/manifesto/1042382
http://digital.sturzo.it/manifesto/1042374
http://digital.sturzo.it/spogliogenerale/1974/19740425/31/16/lalegc
http://digital.sturzo.it/spogliogenerale/1974/19740419/31/12/lalegc
http://digital.sturzo.it/manifesto/1042377
http://digital.sturzo.it/manifesto/1042375