Continuando, acconsenti all'uso dei cookie, ok?OkLeggi tutto
Idomeni

Idomeni, giorno sette

Abbiamo girato questo video di 25 minuti, che vi offre una panoramica completa della composizione del campo profughi e di quelle che sono le sue principali problematiche.

Idomeni

Idomeni, intervista a Nohar

Sabato abbiamo intervistato Nohar, 21 anni, iracheno. Vive sul treno occupato, insieme ad altri profughi. Ha dovuto fuggire da Mossul, la città conquistata e diventata capitale di ISIS, con il sogno di costruirsi una nuova vita in Europa.
Si è affidato agli smuggler (trafficanti di uomini): sin qui, il suo viaggio per la libertà gli è costato 8.000 dollari.

"Molte persone qui, anzi tutte le persone qui, hanno un sogno. Sogni diversi. Magari qualcuno vuole lavorare, qualcuno studiare o qualcuno semplicemente... vivere".

Idomeni

Idomeni, giorno cinque

Un gruppo di profughi siriani ha improvvisato una manifestazione in solidarietà della città di ?‎Aleppo?, della quale sono originari e colpita negli scorsi giorni dagli attacchi del vile e fascista ?Assad?.
Gli slogan sono "Aleppo is burning" e "save Aleppo".

Idomeni

Quando vi guardo

Quando vi guardo, non posso che tornare con il pensiero alla mia infanzia, di cui conservo un ricordo piacevole. E chiedermi cosa abbiate mai potuto fare, quali responsabilità vi possano essere mai attribuite per essere costretti a crescere così. Su questo binario, dentro quella scatola, in questo posto orrendo e nauseabondo . 
Ancora, domandarmi cosa potrà essere della vostra vita futura, di quanto questi giorni tracceranno una ferita insanabile nel vostro profondo e se, nonostante tutto il male del mondo, da adulti riuscirete comunque ad essere umani.

Idomeni

Idomeni, giorno quattro

Giovedì notte ha cominciato a piovere ed è andata avanti fino a venerdì sera, finché le tende del campo non sono sprofondate in un'enorme pozza di fango.

Questa non è la Siria, non è l'Iraq, non è la Libia.
Questa è Idomeni, regione Macedonia, quindi Grecia. Soprattutto, questa è Unione Europea.

E quella che vedete in questo video è la nostra idea di accoglienza, evidentemente. Tra politici che gareggiano a chi costruisce il muro più alto e cittadini che gridano "prima gli italiani", 10.000 persone sono costrette a vivere qui, a metà tra un carcere a cielo aperto e un'enorme latrina, nell'attesa (che sembra infinita) di sapere cosa vogliamo fare di loro.

Idomeni

Idomeni, giorno zero

 

Stiamo raggiungendo Bologna. Domani partiremo alla volta della Macedonia centrale, prima in aereo fino a Salonicco, da lì in poi in macchina, per arrivare a sera al campo profughi di Idomeni che ospita 10.000 tra siriani, curdi, iracheni e afgani, metà dei quali sono bambini e neonati. Per arrivare a quello che, in questi mesi così drammatici, potremmo correttamente definire come il nuovo confine del mondo. Almeno del mondo come lo conosciamo noi.

Avremmo potuto scegliere un giorno qualsiasi e invece, non casualmente, abbiamo scelto proprio domani per arrivare a Idomeni, il 25 aprile.

Senza pretese, senza voler azzardare  paragoni inopportuni, pensiamo che in fondo anche questa sia una forma di Resistenza: garantire la nostra presenza fisica in quel luogo di dolore, non solo per manifestare solidarietà nei confronti dei profughi che ne sono prigionieri; ma, come cittadini prima e militanti poi, per affermare che la nostra idea di Unione Europea è un'altra, diversa e opposta da quella che vorrebbero realizzare i nostri governi.
Soprattutto, diversa e opposta da quell'Unione Europea che nelle scorse settimane ha delegato la gestione del diritto di asilo alla Turchia e al suo governo fascista, genocida e criminale.
Diversa e opposta da quella formata da stati e governi opportunistici e interessati esclusivamente a mere questioni di bilancio. 
Al contrario, la nostra è coincidente con quella di milioni di cittadine e di cittadini (prima del mondo, poi dei nostri paesi) che vogliono comporre una comunità multi-culturale, integrante, solidale.

Siamo costretti in un mondo dove le merci, che si fanno portatrici degli interessi di pochi potenti, possono circolare liberamente tra uno stato e l'altro; dove gli interventi della comunità internazionale all'interno degli scenari di guerra vengono valutati ed assunti in proporzione alla quantità di risorse che offre questa o quella regione. E dove però, al contrario, gli esseri umani, anche quando in fuga dalla guerra, dalla miseria, da terribili prospettive di vita futura, da quegli stessi orrori che proprio noi occidentali abbiamo seminato, rimangono confinati dietro un filo spinato, ai piedi di un muro invalicabile o sotto la minaccia di un fucile carico.

Se ha ragione Gramsci, se è vero che bisogna scegliere da quale parte stare, noi ora vogliamo testimoniare che stiamo da questa parte. Stiamo (e resistiamo) al fianco di queste migliaia di donne, uomini e bambini che, dopo aver perso tutto, imprigionati in un campo ormai sommerso dal fango, con la mani lacerate dal filo spinato, ci stanno chiedendo un'altra Europa. E la stanno chiedendo ad alta voce.