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From Saudi Arabia with love

Ciò che sorprende è il perverso rapporto d'amore che lega Occidente e Arabia Saudita.
Sì, gli accordi con la Turchia sono più proficui, ma in tal caso trattasi del risultato di ricatti e di predominanza geo-politica sulla regione. Non quindi di una questione di volontà, non quindi per una scelta autonoma.

L'amore verso l'Arabia Saudita, pur se perverso, è invece spontaneo e genuino, non conosce cioè condizioni. Sorprende perché i sauditi professano il wahhabismo, ovvero la forma più ortodossa e estremista dell'Islam, l'unica oggi ad applicare letteralmente il Corano. A una comparazione con metodo scientifico, la loro dottrina è più fondamentalista e violenta di quella adottata dall'ISIS.

Non a caso i sauditi appoggiano, supportano e finanziano lo stato islamico, intervengono militarmente nella regione, creano in laboratorio guerre civili da diffondere nei paesi confinanti, nello Yemen dichiarano guerra ai ribelli sciiti ma hanno bombardato e sterminato decine di migliaia di civili e tra i civili soprattutto di bambini.

Sorprende dunque, perché l'Occidente stigmatizza, demonizza, denuncia e combatte (o quasi) una forma di fondamentalismo - e giustamente.
Ma nel mentre ne spalleggia una concettualmente peggiore. Paradosso, chiedendo alla seconda il supporto per combattere la prima. Paradosso nel paradosso, nonostante la seconda sia padre morale da una parte e artefice materiale della prima dall'altra.

In questo complesso e caotico scacchiere politico, dove dietro al movimento di ogni pedone si nascondono (più o meno bene) gli interessi economici di sempre, il popoletto si schiera compatto là dove i media puntano il dito. Quindi contro un nemico (l'ISIS) che è sì giustamente un nemico. Ma solo in virtù della sconvenienza del caso. Altri nemici, uguali se non addirittura peggiori, restano intoccati e spesso vengono persino arruolati tra le proprie fila.

Il mondo brucia

Il mondo brucia.

Barack Obama si era proposto per due volte come pacificatore dei principali conflitti internazionali; per due volte è stato eletto anche per la fiducia in questo obiettivo e ha poi incassato un premio Nobel per la pace. Eppure l'intervento americano non si è mai rivelato risolutivo, al contrario in alcuni casi ha esasperato e precipitato talune situazioni.

In tutto il Medio Oriente è guerra! Palestina, Siria, Iraq, muoiono in centinaia di migliaia. Ma non si fronteggiano eserciti sui campi di battaglia, né sono i soldati a cadere sotto il fuoco delle armi nemiche. No! Miliziani fanno strage di civili, spesso cogliendoli nel sonno, bombardando case e campi profughi, radendo al suolo scuole e ospedali, massacrando prioritariamente bambini, donne e anziani, poiché intervenendo contro i deboli e gli indifesi il contatore degli obiettivi abbattuti accresce velocemente.
Sono mossi dai loro deliranti fondamentalismi, come nel caso dell'Isis, oppure strumentalizzano la vita umana per giustificare e rafforzare le loro posizioni di potere, come nel caso delle brigate Qassam di Hamas e del governo israeliano.

I governi occidentali sono ormai appiattiti al modus operandi americano: si interviene non dove è necessario intervenire, ma dove può esserci un ritorno diretto (quasi sempre economico) in caso di intervento. Se da una parte si afferma giustamente come non sia possibile restare a guardare gli orrori che attraversano l'Iraq, dall'altra a sentire certi leader occidentali (come il nostro Renzi) si direbbe che in Palestina non sia avvenuta alcuna tragedia umanitaria e che vi regni la quiete.
Peggio, quando si decide interviene, anche giustamente (Iraq), non si interviene direttamente, assumendosi le responsabilità delle proprie azioni - d'altronde, non è questo che dovrebbe fare un Paese maturo?
No, si interviene armando un esercito piuttosto che disarmandone un altro e ponendo quindi le condizioni affinché in futuro possano maturare nuovi mostri oltre quelli già creati sino ad oggi. Dunque l'Italia fornirà armi e munizioni alle milizie curde per risolvere la situazione in Iraq.
Così accade che i terroristi vengono indicati giustamente come nemici (Isis), ma i terroristi che comprano le nostre armi e siedono al banchetto dell'Occidente vengono riconosciuti stranamente come amici (Israele).

Il resto del mondo, intanto, rimane a guardare. Spesso, se può, volge altrove lo sguardo. Il consumismo, il materialismo e il qualunquismo con cui siamo stati ben ammaestrati, lasciandoci trattare come fossimo scimmiette da circo, hanno portato l'umanità a sprofondare se stessa in un individualismo totalizzante, dove l'unico interesse è a riguardo della propria carriera, della propria stabilità economica, non da ultimo del proprio divertimento. La crisi economica ha esacerbato questo processo, in una sintesi perfetta che potrebbe essere "ho già i miei problemi".
Nulla può ormai destare il nostro interesse: se non esistono più rivendicazioni e interessi collettivi, se non ci sentiamo più parte della stessa umanità, anche le dimensioni di certe tragedie sfumano del loro significato (che siano diecimila o un milione di morti, riusciamo a coglierne esattamente la misura? La nostra mente può percepirla correttamente?), perché ormai il nostro orizzonte più lontano arriva sino alle natiche del nostro culo.

Probabilmente questo biennio verrà ricordato sui libri di storia come un'incredibile ascesa della violenza dell'uomo sull'uomo, come non si vedeva almeno dai tempi delle crociate. E non tanto per la quantità dei civili uccisi, anche quella rilevante, ma per l'entità della sua efferatezza e per le futili motivazioni che l'hanno mossa. 
Noi, invece, dovremmo ricordarcene per il disinteresse dell'uomo sull'uomo che abbiamo saputo dimostrare.

[originariamente pubblicato il 21/08/2014]

Guerre made in Italy

Questa è un'arma (precisamente il proiettile di un mortaio) utilizzata nel conflitto siriano e in dotazione all'ISIS.

Alcuni appunti:

  1. l'Italia è l'ottavo produttore di armi al mondo;
  2. l'Italia è il primo paese europeo per vendita di armi in Siria;
  3. negli ultimi anni l'Italia ha aumentato le vendite verso Africa (+36%) e Medio-Oriente (+23%);
  4. il miglior acquirente dell'Italia è ‎Israele.

Approfondimenti:

  1. La mappa delle armi che l'Italia vende all'estero, Wired;

  2. Armi italiane, crescono le esportazioni verso Medio Oriente e l'Africa. Turchia e Libano tra i primi acquirenti, Huffington Post;

  3. Libia, l’Italia fa affari su export armi. Ma il Parlamento non ne parla da 8 anni, Il fatto quotidiano;

  4. Italia tra i primi paesi al mondo a controllare l'export di armi, Vita;

  5. Export di armi italiane: un affare da un miliardo di euro, Adista.


In rete si trovano anche articoli che vorrebbero smentire la tesi secondo cui l'ISIS avrebbe in dotazioni anche armi italiane, come questo (Giornalettismo). La contro-tesi si basa su uno studio condotto dalla ong CAR. Questo studio, che viene anticipato essere "lacunoso"  dagli stessi autori, offre due informazioni rilevanti:

  1. in questi conflitti, le fazioni spesso si scambiano armi tra di loro, perché vengono rubate, perché vengono abbandonate per facilitare le ritirate, perché vengono conquistate in battaglia e così via. È dunque difficile stabilire chi stia usando cosa e chi ne fosse il proprietario originario;
  2. nella zona di Kobane, oggetto di scontro tra guerriglieri curdi e miliziani ISIS, non sono state rinvenute armi italiane. Lo studio è stato condotto soltanto a Kobane.

Queste stesse informazioni dimostrano come sia debole la contro-tesi: Kobane è stata solo una delle tante zone di conflitto che ha visto la presenza dell'ISIS. Queste zone sono molto diverse tra loro (varie regioni di Siria e Iraq), spesso non direttamente collegate (non sono ovviamente gli stessi miliziani, con lo stesso armamentario, a spostarsi da una zona all'altra, da un conflitto all'altro), a volte del tutto scollegate (Libia). Se a questo aggiungiamo che le fazioni impiegano prevalentemente armi acquisite sul posto (punto 1, come spiegato anche dallo studio), risulta ancora più evidente che un'indagine condotta soltanto in una città dove è stata registrata la presenza dell'ISIS è poco significativa.

Invece è noto che l'Italia vende armi all'Arabia Saudita (leggi qui e qui), la notizia è pubblica. L'Arabia Saudita impiega queste armi sia la popolazione dello Yemen, sia vendendole all'ISIS (leggi qui, qui e qui), come fa anche il Qatar.

Parte dell'estrema destra italiana (Casa Pound e Forza Nuova) si sta spendendo per la Siria e il medio-Oriente, specie in chiave anti-Isis. È importante evidenziare perché la loro posizione non coincide assolutamente con la nostra, almeno non con la mia.

La Siria è da decenni sotto la dittatura della famiglia Assad, padre prima (Hafiz al-Assad), figlio poi (Bashar al-Assad).
Nel 2011 la popolazione ha dato il via a una rivoluzione contro questa dittatura. Poiché nessuna parte è riuscita a imporsi sull'altra, la rivoluzione è presto sfociata in una vera e propria guerra civile (si può approfondire qui), che ha visto disgregarsi la popolazione in numerose fazioni, ognuna contro le altre.
Il paese è sprofondato nel caos totale, nell'assenza di qualsiasi sorta di autorità. L'Isis, che in quel momento si trovava nel confinante Iraq, ha da lì osservato la situazione siriana e pensato (non a torto) che quel caos fosse perfetto per invadere il paese e tentare di prenderne il controllo.

Oggi tutti gli attori presenti nella regione - ribelli anti-Assad, forze militari fedeli ad Assad, curdi, iracheni, peshmerga di diverse nazionalità, oltre a un'infinità di più piccole minoranze - stanno combattendo contro l'Isis, anche col supporto della coalizione occidentale. È una tregua temporanea tra le parti per la realizzazione di un obiettivo unico e preciso, che ha una scadenza. E a buona ragione, perché è un obiettivo prioritario rispetto a tutti gli altri. Il motivo è banale: non ha senso interessarsi di "Assad sì o Assad no" nel momento in cui l'Isis vorrebbe instaurare un proprio regime, alternativo a tutti gli altri; come non ha senso di interessarsi di "Kurdistan libero o no", nel momento in cui l'Isis vorrebbe creare un unico stato islamico fondamentalista che annullerebbe l'indipendenza di tutte le popolazioni locali.

La stessa divisione si riflette pari modo sui partecipanti alla coalizione occidentale: nonostante tutti siano ostili all'Isis (almeno nelle intenzioni dichiarate), anche qui abbiamo chi è filo-Assad (la Russia di Vladimir Putin) e chi è anti-Assad (la Nato). Ovvero, una volta raggiunta la sconfitta dell'Isis, chi da una parte vorrebbe restaurare il regime di Assad e chi dall'altra vorrebbe farlo cadere.

È bene fare una puntualizzazione: se la Nato ha l'intenzione di far cadere improvvisamente Assad (è questa la preoccupazione) e quindi di replicare una situazione simile a quella già vista in Libia (un Libia bis), allora è anche peggio. Anche perché sarebbe un controsenso lapalissiano: perché sconfiggere l'Isis se poi si vogliono ricreare proprio quelle condizioni che hanno permesso la radicalizzazione dell'Isis, ovvero offrire nuovamente la stessa opportunità ad altre forze, diverse dall'Isis ma simili all'Isis?
Ancora, sarei poco cauto se affermassi che la Siria avrebbe bisogno di un periodo di transizione proprio sotto la guida di Assad. E lo stesso vale se la transizione venisse guidata dalla coalizione occidentale, viste le occasioni di speculazione che avrebbe a portata di mano e alle quali difficilmente non si farebbe tentare.

In questo scenario, la posizione di Casa Pound e Forza Nuova coincide con quella di Putin: combattere l'Isis non tanto per liberare la Siria dall'Isis, ma per riconsegnarla nelle mani di Assad.
Posizione, questa, che più in generale vorrebbero applicare a tutta la regione medio-orientale: sconfiggere un oppressore semplicemente per rimettere in sella quello precedente, a loro più simpatico; combattere assolutismi e dittature per sostituirli con altri assolutismi e dittature facenti richiamo alla loro matrice politica, ovvero improntati a fascismo, nazionalismo, imperialismo e altri e vari abomini.
Lo stesso dicasi per la Palestina: anche loro sono a favore di una sua liberazione da Israele, ma nel loro caso è la conseguenza di un viscido e represso spirito di anti-semitismo, evidentemente mai sopito, anziché l'istanza di una giustizia sociale da realizzarsi anche tra i popoli e le nazioni. Vorrebbero liberare la Palestina non perché è semplicemente giusto che sia libera, ma solo con l'obiettivo di provocare un danno a Israele.

Quindi, quando l'estrema destra italiana dice che stiamo combattendo tutti contro lo stesso nemico, dice bene. Ma quando dice che stiamo combattendo tutti la stessa battaglia, mente.

Perché, anche se noi non sappiamo indicare con chiarezza quale sia la migliore strada per la Siria, come per altri e simili scenari in quella regione, a causa sia delle numerose e complicate variabili in gioco, sia per il timore di realizzare danni maggiori di quelli che (in buona fede) vorremmo risolvere, di una cosa io sono certo: bisogna perseguire la volontà e le necessità delle popolazioni locali, permettendone l'autodeterminazione. Non certamente farle passare dalle mani di un carceriere a un altro.

L'ISIS verso il declino

La mappa interattiva che trovate qui è stata elaborata da Foreign Policy. Pur se molto semplicisticamente, vi mostra sulla carta come nel 2015 l'ISIS sia in forte perdita e si stia avviato verso il proprio declino.
[nota bene: non è detto che l'ISIS non possa invertire questa tendenza, anzi. Ma questo è lo stato attuale delle cose]

Purtroppo l'Occidente:
1) ha deciso di intervenire solo nella fase terminale del conflitto, quando l'ISIS è già stato fortemente ridimensionato dall'intervento delle popolazioni locali. 
Vorrebbe far credere come il suo intervento sia ormai improcrastinabile, quando invece per anni ha ignorato ogni richiesta di aiuto, proprio da parte di quelle popolazioni.
L'obiettivo è quello di strappare la vittoria a queste ultime, l'aver fatto combattere a loro la vera guerra salvo alla fine intestarsi la probabile vittoria (e se le cose fossero andate al contrario?). Arrivare all'ultimo momento, mettere la firma finale e far proprio il tavolo dei vincitori, quello che si spartirà il bottino di guerra;
2) fa credere alla propria popolazione l'esatto contrario, ovvero che l'ISIS sia in forte ascesa e sia nel suo momento di massima pericolosità, proprio per giustificare quanto al punto precedente (per giustificare la sua guerra). Questo avviene grazie a fatti come l'attentato di Parigi e giocando sulla scarsa informazione, sull'emotività e sul sensazionalismo della gente.

Le città che vedete in marrone/rosso granata sono quelle che l'ISIS già aveva prima del 2015 e che ha mantenuto durante il 2015, quindi le città per la quali non si è registrato alcun cambiamento.
In ciclamino, le città conquistate dall'ISIS durante il 2015. Si registra soltanto Palmira, nel centro della Siria.
In azzurro le città perse dall'ISIS durante il 2015. Si registrano in particolare le città nella ‎Siria del nord, riconquistate dai guerriglieri curdi, e diverse città nel centro e nel nord dell'‎Iraq, riconquistate dagli iracheni.
[nota: ovviamente la cartina riporta solo le città principali tra Siria e Iraq, ma è che bene tenere conto come sia desertica e non abitata buona parte di queste regioni]

The map below shows where the Islamic State stands at year’s end. In Syria, the militant group managed to seize Palmyra in May but elsewhere has been forced to give up a sizable stretch of land along the Turkish border in the face of a concerted push by Kurdish fighters backed up by U.S.-led air power. And in Iraq, Baghdad’s slow-moving army has managed to score three significant victories, dislodging the Islamic State from Tikrit in March and Baiji in October, and this week wresting control of the pivotal western city of Ramadi back from the militants

Ecco, ora vorrei esprimere qualche parola più importante delle solite e pregherei di avere la vostra attenzione.

Già in altre occasioni ho parlato di Sakine Cansiz (nome di battaglia Sara), una delle più grandi donne rivoluzionarie, forse la più grande, in occasione dell'uscita del libro che ha scritto tra il '96 e il '98 sulle montagne curde, Tutta la mia vita è stata una lotta.
Se non sapete nulla a proposito, troverete una (brevissima) nota in fondo a questo post.

Dal libro è stato poi realizzato anche un omonimo documentario. Di questo, sono state previste finora solo tre proiezioni: una ad Istanbul, una a Roma, una a Parigi.

Bene, la proiezione ad Istanbul era prevista per ieri ed è stata ostacolata e infine impedita dalla polizia turca, che di fatti l'ha censurata.
Ed è proprio per questo che vorrei invitarvi tutti a prendere parte alla proiezione prevista a Roma per il 12 febbraio (evento Fb), che si terrà presso il Nuovo Cinema Palazzo (trovate qui sotto la locandina).

Se siete arrivati sin qui con la lettura e se seguite quello che scrivo e quello che (o almeno ci provo) è il mio impegno quotidiano, sono sicuro capirete da soli quanto sia importante prenderne parte, non solo per l'irripetibile contenuto del documentario (che già di per sé vale la candela), ma anche e soprattutto per il significato simbolico che avrà la vostra partecipazione.

Riempiamo il cinema!


Il 9 gennaio 2013 a Parigi veniva assassinata Sakine Cansiz (nome di battaglia Sara).

Nata nel 1958 in Turchia, a metà degli anni '70, nemmeno diciottenne, Sakine partecipò alla fondazione del ‎PKK e, nonostante la sua giovane età, fu la prima donna a dare vita e a partecipare alla resistenza armata curda.

Venne arrestata nel 1979. Pur avendo subito pesanti torture e ripetute violenze durante la detenzione (le furono persino tagliati i seni), in questo periodo Sakine si mise a capo della rivolta all'interno delle carceri turche durante il colpo di stato del 1980.

Liberata dopo 12 anni nel 1991, Sakine tornò ad abbracciare la resistenza curda, andando a combattere prima in Libano e poi in Iraq. Contemporaneamente, creò e guidò i primi gruppi di guerrigliere donne.

Nel 1998 si rifugiò in Francia. Anni dopo venne assassinata da un sicario, probabilmente su mandato del governo turco.

Negli anni, Sakine è diventata un'icona della resistenza curda e della liberazione femminile.

In questi giorni è in uscita Tutta la mia vita è stata una lotta, il libro che Sakine ha scritto tra il 1996 e il 1998 mentre combatteva sulle montagne del Kurdistan. Il libro racconta cosa significhi essere una donna all'interno della resistenza curda e cosa significhi essere una donna prigioniera in un carcere turco. Ma il libro è innanzitutto una grande storia di amore, di coraggio e di ricerca della verità.

Islam tra burqa e hijab

Il ‎burqa è stato imposto dal regime talebano in Afghanistan. I talebani sono dei sunniti fondamentalisti e non sono assolutamente rappresentativi di tutto l'Islam, così come la realtà afgana non è rappresentativa di tutta la regione medio-orientale. 

Nella cultura islamica è invece diffuso l'utilizzo dello hijab. Lo hijab non ha nulla a che vedere con il burqa: è un copricapo e lascia completamente scoperto il viso. Quando si parla di "velo islamico" ci si riferisce a questa tipologia o ad assimilabili (ad esempio, l'al-Amira, che non compare nella figura sopra, ma pressoché simile).
Bisognerà precisare che, al di là delle opinioni, oggettivamente il velo islamico non pone problemi relativi all'identificazione legale della persona e chi continua ad affermare il contrario è in malafede. Invece, a proposito del burqa è certamente così.

La questione relativa all'obbligatorietà del velo è molto controversa e complessa e pertanto non la andrò a toccare qui.
Io semplicemente mi limito ad augurarmi che ognuno sia libero di vestirsi come meglio crede, includendo la possibilità di aderire a culture o movimenti religiosi che poi impongono un determinato vestiario, purché anche questa adesione sia libera.
I fondamentalismi che ne impongono l'utilizzo indiscriminatamente a tutta la popolazione, contro ogni volontà individuale, peggio ricorrendo a violente punizioni per i disobbedienti, dovrebbero essere estirpati già a prescindere da questa questione.

Certamente il velo islamico è stato assunto come uno strumento e un simbolo di anti-occidentalizzazione. Quasi sicuramente (è solo un'opinione, che tuttavia io condivido) può anche essere assunto come uno strumento e un simbolo di sottomissione del genere femminile al genere maschile.

Ma si badi sempre al proprio pulpito, prima di impartire lezioni. E non si dia per scontato il fatto che tutti siano desiderosi e smaniosi di vedersi imposte democrazia, civiltà e libertà da altri, specie se queste sono in una visione prettamente occidentale.
Negli anni '50, in Algeria i francesi imposero l'abbandono del velo islamico a simboleggiare una loro vittoria contro quella cultura.
Certe dinamiche, invece, dovrebbero maturare spontaneamente in seno a quelle stesse società. Noi, che siamo loro esterne, dovremmo e possiamo limitarci semmai ad alimentare il dibattito e ad offrire loro alcuni spunti di riflessione.

E poi, non si dimentichi che fino a qualche decennio fa l'Italia e buona parte del mondo occidentale avevano una cultura prevalentemente patriarcale. Io sostengo lo sia ancora oggi, seppure in una forma diversa, subdola e difficilmente percettibile, ma sul passato recente ci sono pochi dubbi.

Infine, prima di dirsi scandalizzati dal fatto che un'altra società obblighi i suoi cittadini a determinate norme in termini di abbigliamento e di estetica, si ricordi che se siete donne non potete andare al mare con i peli sotto le ascelle, non potete tenere le gambe scoperte se non sono depilate o al limite siete tenute a coprirle con delle calze; se siete degli uomini, che non potete andare a una cerimonia (che sia un matrimonio o una laurea) in tuta e che se indossate una giacca senza cravatta dimostrerete inequivocabilmente di voler rimanere ancora dei ragazzini.
Più in generale, si ricordi che da questa parte del mondo le possibilità di accettazione sociale sono direttamente proporzionate alla capacità dell'individuo di aderire ai modelli dettati dalla moda e veicolati - insistentemente e quasi fino all'imposizione - da ogni forma di mass media.