Continuando, acconsenti all'uso dei cookie, ok?OkLeggi tutto
La settimana

La settimana XVI

1) Abbandonati e senza soldi, in Serbia i migranti minorenni si prostituiscono per sopravvivere
http://minoristranierinonaccompagnati.blogspot.it/2017/02/abbandonati-e-senza-soldi-in-serbia-i.html

Avvolti nelle coperte grigie, molti minori migranti, alcuni di 10 anni di età, si riscaldano con alcuni fuochi accesi in un grande capannone abbandonato vicino alla principale stazione ferroviaria di Belgrado, in Serbia. Affamati, indigenti e infreddoliti, ricevono spesso visite da uomini serbi che offrono soldi in cambio di prestazioni sessuali.

2) I “fascicoli di Assad” e la tortura di stato in Siria
http://www.thezeppelin.org/file-assad-gli-ordini-dei-crimini-guerra-portano-la-firma-del-presidente-siriano

Una lunga inchiesta della rivista statunitense The New Yorker svela il lavoro della Commission for International Justice and Accountability, che ha raccolto 600.000 documenti originali, trafugati dagli uffici di Damasco, tra cui per la prima volta emergono gli ordini ufficiali di torture ed esecuzioni di massa firmati dalle più alte cariche del governo siriano, compreso il Presidente al-Assad.

3) Perché i millennial si sentono così soli
http://www.tpi.it/mondo/stati-uniti/perche-millennial-soli

Alcuni studi evidenziano che gli appartenenti alla generazione nata tra metà anni Ottanta e fine anni Novanta avvertono la solitudine più delle generazioni precedenti

4) Siria. Parla Mazen, torturato nelle carceri di Assad: “Morii dentro quando mi fecero urinare sui cadaveri ammassati in bagno”
http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/03/03/siria-parla-mazen-torturato-nelle-carceri-di-assad-morii-dentro-quando-mi-fecero-urinare-sui-cadaveri-ammassati-in-bagno/3426978

“Mi chiese di urinare sui cadaveri ammassati nel bagno”. Mazen AlHummada, nato quarant’anni fa a Dar Al Zour, città siriana al confine con l’Iraq, ha lo sguardo fisso mentre ricorda la sua prigionia nella carcere siriana del Mezzeh, a Damasco. “Quando vidi la faccia del mio torturatore contro la mia che mi chiedeva di compiere quel gesto, provai una paura indescrivibile. Mi pietrificai. Poi, cominciò a girarmi la testa. Perché Dio mi lasciava ancora in vita: non potevo anch’io morire e venir gettato in un bagno come quei corpi?”.

5) Perché “Amore che vieni, amore che vai” di De André è da considerarsi poesia
http://libreriamo.it/libri/perche-amore-vieni-amore-vai-de-andre-considerarsi-poesia

L’amore è un sentimento controverso, sfaccettato, contraddittorio, sconvolgente e universale. Un sentimento che ha fatto parlare di sé scrittori, pittori, scultori, attori, sceneggiatori e anche grandi poeti, come Fabrizio De André. Come ha ricordato l’assegnazione del Premio Nobel per la letteratura a Bob Dylan, la grande musica cantautoriale ha dimostrato molto spesso che il confine tra alcune canzoni e la poesia è sottilissimo, se non inesistente. Dopo “Hallelujah” di Leonard Cohen e “Blowin’ in the wind” di Bob Dylan, è l’ora di cercare di spiegare perché anche le canzoni di Fabrizio De André sono da considerarsi poesia. Per farlo abbiamo deciso di parlare di “Amore che vieni amore che vai”.


Per quanto possa sembrare incredibile, la parte gialla della mappa - realizzata dal sit Metrocosm - ospita esattamente la metà della popolazione mondiale.

La settimana

La settimana XIII

1) Come cambierà il Medio Oriente con Trump alla Casa Bianca
http://www.internazionale.it/opinione/juan-cole/2016/11/15/trump-medio-oriente

La vittoria di Donald Trump alle presidenziali del 2016 non ha solo implicazioni nazionali. Il Medio Oriente è stato un punto fondamentale della strategia politica degli Stati Uniti nel periodo successivo alla guerra fredda. [...] Che impatto avranno, adesso, le politiche di Trump sulla regione?

2) Afghanistan, schiaffo dell’Aja alla guerra sporca americana
http://ilmanifesto.info/afghanistan-schiaffo-dellaja-alla-guerra-sporca-americana/

Il testo del rapporto dice che l’indagine per crimini di guerra riguarda «tortura e relativi maltrattamenti da parte delle forze militari degli Stati Uniti schierate in Afghanistan e in centri di detenzione segreti gestiti dalla Central Intelligence Agency, principalmente nel periodo 2003-2004, anche se presumibilmente sarebbero continuati, in alcuni casi, sino al 2014». [...] Il documento chiarisce che «questi presunti crimini non sono stati abusi di pochi individui isolati. Piuttosto, sembrano siano stati commessi nell’ambito di tecniche d’interrogatorio approvate, nel tentativo di estrarre informazioni dai detenuti… L’Ufficio ritiene che vi sia una base ragionevole per credere che questi presunti crimini siano stati commessi a sostegno di una politica o di politiche volte a ottenere informazioni attraverso l’uso di tecniche di interrogatorio che coinvolgono metodi crudeli volti a sostenere gli obiettivi degli Stati uniti nel conflitto in Afghanistan».

3) Non sta nascendo un nuovo Iran
http://www.iltascabile.com/societa/iran-e-nucleare/

L’accordo sul nucleare non è la soluzione per problemi strutturali come questo. Il boom demografico dovrebbe accompagnare quello economico promesso dalla fine delle sanzioni. Difficilmente potrà precederlo senza che le condizioni di vita peggiorino. Rouhani sta per terminare il suo mandato e il giudizio degli iraniani alle elezioni di maggio 2017 potrebbe essere duro, proprio perché constatano, ogni giorno, che non sta cambiando poi molto. Il governo ha abbattuto l’inflazione che ora è al 12% ma il potere d’acquisto resta uguale. Arrivano prodotti che prima circolavano solo sul mercato nero, come alcune medicine, ma sono troppo cari. La disoccupazione sale e riguarda ufficialmente 2,5 milioni di persone, ma una stima del centro ricerche del parlamento alza la cifra a un esorbitante 6,5 milioni contando anche chi è sottoccupato e chi non sta più cercando lavoro.

4) Leonard e Fabrizio, quelle linee parallele percorse dai grandi poeti a volte si incontrano
http://www.huffingtonpost.it/dori-ghezzi/leonard-e-fabrizio-quelle-linee-parallele-percorse-dai-grandi-poeti-a-volte-si-incontrano_b_12913500.html

Di Cohen Fabrizio ha inciso "Suzanne", "Giovanna d'Arco"e "Nancy", tre canzoni-capolavoro dedicate alle donne, un sentimento, e un punto di vista, che li hanno accomunati da subito. Avevano, verso le donne, lo stesso amore e lo stesso rispetto. Potremmo quasi dire una debolezza (tutt'altro che passiva) di cui nessuno dei due si sarebbe mai sognato di vergognarsi. Erano, viceversa, piuttosto inclini a teorizzarla. Solo qualche tempo dopo abbiamo saputo che Cohen quelle versioni italiane le aveva apprezzate enormemente, che se ne sentiva rappresentato in pieno, non solo per i testi, così liberi e pur così fedeli, ma anche per l'affinità emotiva di quelle loro due voci avvolgenti.

5) Economia decente
http://www.ilpost.it/francescomaggio/2016/10/28/economia-decente/

È sempre la solita solfa. Purtroppo. I ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e chi sta in mezzo di solito va presto a fare compagnia ai secondi.
Anche stavolta non c’è stato scampo. Anche l’ultima infinita crisi economica scoppiata nel 2007 negli Stati Uniti e poi propagatasi nel mondo intero non ha fatto altro che confermare la vecchia, spietata regola secondo la quale quando le cose vanno male quelli che già arrancano cascano in peggio, chi sta in bilico spesso li segue mentre chi se la passa bene finisce poi per stare ancora meglio.

Quanto al nostro Paese è sufficiente sottolineare che il patrimonio delle 10 famiglie più ricche è uguale al patrimonio dei 20 milioni di italiani più poveri, che nelle disponibilità del 10% degli italiani si concentra quasi il 50% della ricchezza nazionale, in quelle dell’1% il 23,4% e che l’evasione fiscale è così diffusa che meno del 2% degli italiani dichiara più di 100mila euro all’anno e solo lo 0,1% più di 300mila euro.

Musica

La buona novella

Siamo nel 1970: mentre la rivolta studentesca impazza ovunque, Fabrizio è impegnato nella realizzazione del suo quarto album, La buona novella. Quando gli chiesero il motivo per il quale si stava dedicando a un lavoro del genere, nel bel mezzo di un simile contesto storico, rispose: "perché Gesù Cristo è il più grande rivoluzionario della storia!".

E precisa questo particolare punto di vista:

Eravamo in piena rivolta studentesca. I miei amici, i miei compagni, i miei coetanei hanno pensato che quello fosse un disco anacronistico. Mi dicevano: «cosa stai a raccontare della predicazione di Cristo, che noi stiamo sbattendoci perché non ci buttino il libretto nelle gambe con scritto sopra sedici? Noi facciamo a botte per cercare di difenderci dall'autoritarismo del potere, dagli abusi, dai soprusi». [...] Non avevano capito - almeno la parte meno attenta di loro, la maggioranza - che La buona novella è un'allegoria. Paragonavo le istanze migliori e più ragionevoli del movimento sessantottino, cui io stesso ho partecipato, con quelle, molto più vaste spiritualmente, di un uomo di 1968 anni prima, che, proprio per contrastare gli abusi del potere, i soprusi dell'autorità, si era fatto inchiodare su una croce, in nome di una fratellanza e di un egualitarismo universali

È uno tra i lavori meglio riusciti della sua carriera - come dirà lui stesso -, perché da un lato comprende alcuni tra i componimenti più importanti della sua antologia (Il sogno di Maria, Tre madri e Il testamento di Tito), dall'altro riesce a fare piena chiarezza sul complicato rapporto tra il poeta genovese e la fede, sul senso del messaggio di quello - lui, Fabrizio - che è stato definito come un "evangelista anarchico e apocrifo".

È un rapporto, questo, che va ben oltre La buona novella, che parte già da Preghiera in gennaio (da Volume I, 1967):

Lascia che sia fiorito, Signore, il suo sentiero, quando a te la sua anima e al mondo la sua pelle dovrà riconsegnare. Quando verrà al tuo cielo, là dove in pieno giorno risplendono le stelle.

Dio di misericordia, il tuo bel Paradiso lo hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso, per quelli che han vissuto con la coscienza pura

e che si conclude con il testamento spirituale della Smisurata preghiera (da Anime Salve, 1996)

Ricorda, Signore, questi servi disobbedienti alle leggi del branco. Non dimenticare il loro volto, che, dopo tanto sbandare, è appena giusto che la fortuna li aiuti. Come una svista, come un'anomalia, come una distrazione, come un dovere

passando attraverso la critica alle false divinità di Coda di Lupo (da Rimini, 1978):

E al loro dio goloso non credere mai.
E a un dio senza fiato non credere mai

e le parole di Un blasfemo (dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato) (da Non al denaro, non all'amore né al cielo, 1971)

Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte. Mi cercarono l'anima a forza di botte, perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo, lo costrinse a viaggiare una vita da scemo. Nel giardino incantato lo costrinse a sognare, a ignorare che al mondo c'è il bene e c'è il male. Quando vide che l'uomo allungava le dita a rubargli il mistero di una mela proibita, per paura che ormai non avesse padroni, lo fermò con la morte, inventò le stagioni

È proprio qui sulla terra, la mela proibita. E non Dio, ma qualcuno che per noi l'ha inventato, ci costringe a sognare in un giardino incantato

È importante tenere presente che Preghiera in gennaio è la prima canzone del suo primo album, così come Smisurata preghiera è l'ultima canzone dell'ultimo album: si può quindi capire che l'argomento non è relegato al solo album La buona novella, ma che piuttosto esiste un filo conduttore in tutta l'opera deandreiana, che qui trova il suo apice e riceve un'attenzione tutta particolare.
A proposito di questo rapporto, Paolo Ghezzi, nell'introduzione di un suo libro sul tema, disse:

Nessun altro autore di canzoni del Novecento ha toccato così profondamente il problema di Dio, il mistero di Gesù di Nazareth, la coscienza di chi ha fede, i dubbi dei non credenti, i sentieri dei cercatori di una qualche verità o del senso della vita. D'altra parte la negazione di Dio richiede la stessa presunzione di verità del deismo, di una fede acritica. E De André è stato un uomo di interrogativi, non delle certezze

De André va a rileggere quei vangeli apocrifi (aggettivo che, in greco, sta a significare "segreto, nascosto") che fino al IV secolo d.C. erano riservati esclusivamente agli appartenenti di organizzazioni, movimenti e sette cristiane e che, successivamente, verranno considerati dalla Chiesa come "non ispirati", e quindi esclusi dai codici canonici, poiché ritenuti come non veritieri o comunque come non corretti, in parte o nel loro complesso.
Fabrizio dice a proposito di questa rilettura:

Ho pensato che se Dio non esistesse bisognerebbe inventarselo, il che è esattamente quello che ha fatto l'uomo da quando ha messo piede sulla terra. Gli evangelisti apocrifi sono vissuti in carne ed ossa, solo che la Chiesa mal sopportava che ci fossero altre persone non di confessione cristiana ad occuparsi di Gesù. Si trattava di scrittori arabi, bizantini, greci, che nell'accostarsi all'argomento, nel parlare della figura di Gesù di Nazareth, lo hanno fatto con grande rispetto

A grandi linee, sono tutti databili tra il I e il IV secolo d.C., e la loro paternità viene attribuita ad apostoli o, più generalmente, a diversi testimoni della vita di Gesù.
Questi testi vanno a colmare i vuoti narrativi dei vangeli canonici e a completare una visione d'insieme della storia cristiana, dall'infanzia di Maria e dalla vita di Gesù, alla storia di Erode e Pilato, fino al racconto di Tito, di Dimaco e delle loro madri.
Nonostante le considerazioni della Chiesa, i vangeli apocrifi hanno influito particolarmente sul cristianesimo, sia nelle tradizioni (la nascita di Gesù, ad esempio: la grotta, l'asino e il bue, i Re Magi sono tutti elementi appartenenti agli apocrifi), sia nei fondamenti dogmatici (l'Assunzione, ad esempio), elementi spesso trascurati o totalmente ignorati all'interno dei canonici e che, più tardi, hanno riacquistato spazio in altre, diverse opere, da Dante a Carpaccio, da Michelangelo a Raffaello.

L'album si apre con L'infanzia di Maria (testo): la piccola, all'età di tre anni, viene portata dai genitori al tempio ("forse fu per bisogno o peggio per buon esempio, presero i tuoi tre anni e li portarono al tempio"), dove viene presa in custodia dai sacerdoti ("scioglie la neve al sole, ritorna l'acqua al mare, il vento e la stagione ritornano a giocare. Ma non per te, bambina, che nel tempio resti china") e dove vivrà un'infanzia terribile, da segregata ("dicono fosse un angelo a raccontarti le ore, a misurarti il tempo fra cibo e Signore").
Alle prime mestruazioni ("ma per i sacerdoti fu colpa il tuo maggio, la tua verginità che si tingeva di rosso") sarà cacciata dal tempio, perché in pubertà e quindi impura ("e quando i sacerdoti ti rifiutarono alloggio, avevi dodici anni e nessuna colpa addosso").

Verrà organizzata una lotteria per assegnarle un marito ("popolo senza moglie, uomini d'ogni leva, del corpo d'una vergine si fa lotteria", "e fosti tu Giuseppe [...] a vederti assegnata, da un destino sgarbato, una figlia di più, senza alcuna ragione, una bimba su cui non avevi intenzione"). Giuseppe, un falegname, la sposa per dovere ("la diedero in sposa a dita troppo secche per chiudersi su una rosa"), riceve l'ordine di portarla a casa e subito dopo parte per un viaggio di lavoro ("secondo l'ordine ricevuto, Giuseppe portò la bambina nella propria casa e subito se ne partì per dei lavori che lo attendevano fuori dalla Giudea").

Tornerà quattro anni più tardi, come raccontato ne Il ritorno di Giuseppe (testo) - che va a descrivere, dopo quella di Maria, la vita di Giuseppe -, portandole una bambola in regalo ("la tua mano accarezza il disegno d'una bambola magra, intagliata nel legno: «la vestirai, Maria, ritornerai a quei giochi lasciati quando i tuoi anni erano così pochi»") e trovandola bisognosa di attenzioni e d'affetto.
Segue, a questo punto, Il sogno di Maria (testo): in sogno, Maria incontra l'angelo che usava farle visita ogni sera ("l'angelo scese, come ogni sera, ad insegnarmi una nuova preghiera"). I due prendono il volo ("poi, d'improvviso, mi sciolse le mani, e le mie braccia divennero ali. Quando mi chiese «conosci l'estate?», io, per un giorno, per un momento, corsi a vedere il colore del vento"), attraversano l'abitato e raggiungono una valle lontana ("volammo davvero sopra le case, oltre i cancelli, gli orti, le strade. Poi scivolammo tra valli fiorite, dove all'ulivo si abbraccia la vite. Scendemmo là dove il giorno si perde a cercarsi da solo nascosto tra il verde") dove l'angelo le annuncia la  nascita di Gesù. Maria si sveglia, ricorda il sogno e scopre di essere incinta ("«lo chiameranno figlio di Dio»: parole confuse nella mia mente, svanite in un sogno, ma impresse nel ventre").
Fin qui, la musica si è sviluppata in tonalità minori, suscitando un profondo senso di inquietudine e di tristezza. Il registro cambia con la ripresa del tema della gravidanza in Ave Maria (testo), un omaggio alla donna ("Ave Maria: adesso che sei donna, ave alle donne come te, Maria, femmine un giorno per un nuovo amore") e in particolare alle madri ("femmine un giorno e poi madri per sempre, nella stagione che stagioni non sente") in tonalità maggiore e con arpeggi di pianoforte e organo.
Questo ribaltamento dura il tempo di una canzone, perché l'andamento cupo viene ripristinato subito dopo, scandito dal rumore di una pialla e di un martello. È Maria nella bottega del falegname (testo), a raccontarci il dolore straziante del falegname - presentatoci come se fosse il braccio del potere, più come una macchina che come un uomo -, intento nel proprio lavoro, cui Maria, curiosa, domanda - in un dialogo tra loro due e il popolo - cosa sta costruendo (Maria: "falegname, col martello perché fai den-den? Con la pialla su quel legno perché fai fren-fren?", il falegname: "tre croci, due per chi disertò per rubare, la più grande per chi guerra insegnò a disertare"). Maria, qui, scopre che il figlio sarà presto crocifisso (Maria: "alle piaghe, alle ferite che sul legno fai, falegname su quel legno manca il sangue ormai, perché spieghino da soli, con le loro voci, quali svolti sbiancheranno sopra le tue croci", il falegname: "questi ceppi che han portato perché il mio sudore li trasformi nell'immagine di tre dolori, vedran lacrime di Dimaco e di Tito al ciglio, la più grande che tu guardi abbraccerà tuo figlio").
La sentenza di Pilato arriva in Via della croce (testo) ("di morire in croce puoi essere grato a un brav'uomo di nome Pilato"), dove Gesù si trascina seguito da tutte le vittime del potere ("le voci dei padri di quei neonati, da Erode, per te, trucidati"), dalle donne sofferenti ("si muovono, curve, le vedove in testa. Per loro non è un pomeriggio di festa") nel vedere la fine dell'uomo che perdonò Maddalena ("fedeli, umiliate da un credo inumano che le volle schiave già prima di Abramo. Con riconoscenza, ora soffron la pena di chi perdonò a Maddalena"), dagli umili e dai vinti che saranno il prossimo oggetto di interesse del potere ("il potere, vestito d'umana sembianza, ormai ti considera morto abbastanza. E già volge lo sguardo a spiar le intenzioni degli umili, degli straccioni") e da Tito e Dimaco, cui aspetta la stessa fine ("perdonali se non ti lasciano solo, se sanno morir sulla croce anche loro. A piangerli, sotto, non han che le madri: in fondo son solo due ladri").
A questo punto, l'attenzione si sposta prima su Maria e sulle madri di Tito e Dimaco in Tre madri (testo), che sotto le croci piangono la fine dei propri figli - il dolore di Maria, in particolare, è un dolore tutto umano, il dolore di una semplice madre, come vedremo più avanti - e su Tito, dopo, ne Il testamento di Tito (testo) - che penso sia la canzone più conosciuta e più osannata di De André, ne sono state realizzate anche due cover -, dove torna, infine, la tonalità maggiore.

Tito elenca i dieci comandamenti in una chiave strettamente personale, e, guardandoli all'interno di quella che è stata la sua vita, confessa di averne infranti molti, forse tutti. I suoi delitti sono stati compiuti tutti con deliberata lucidità, e per questo compatisce il dolore di Gesù, innocente rispetto a lui anche se condannato alla stessa pena ("guardate la fine di quel nazareno, e un ladro non muore di meno"). Dopo una vita da vittima, diseredato e costretto alla criminalità per pura necessità, mai ascoltato da Dio, agnello sacrificato al potere, destinato all'inferno, sa di essere stato giudicato da chi non è stato meglio di lui.
E, sul punto di morte, riconosce la natura umana di Gesù ("io, nel vedere quest'uomo che muore, madre, io provo dolore") e finisce col scoprirsi uomo molto più di chiunque altro ("nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l'amore") attraverso un sentimento sconosciuto al potere, la pietà ("lo sanno a memoria il diritto divino, e scordano sempre il perdono").

Da qui, Fabrizio vuol raccontarci la storia di alcuni personaggi che ci è stata tramandata attraverso gli apocrifi e che nei canonici hanno ricoperto ruoli secondari o marginali. La differenza, però, non si riduce esclusivamente a questa selezione: De André evidenzia la natura comunque umana dei suoi protagonisti, natura che spesso è assente o comunque in ruolo di non rilevanza nei testi sacri. Evidentemente, non è un caso che l'album si apra con il Laudate dominum e vada a concludersi con il Laudate hominem (testo) - rispettivamente, il prologo e l'epilogo dell'album -, e che, con lo svolgimento della narrazione, il riflettore, inizialmente puntato sul divino, si sposti lentamente sui santi senza aureola e senza benedizione - santi, anime salve che sono presenti in tutti i lavori di De André e che, negli altri e ad esclusione de La buona novella, vanno a coincidere con le prostitute, i ladri, gli assassini, i diseredati e tutta quella cerchia di anime che è riuscito a descrivere con inequivocabile precisione ne La città vecchia -, come lo sono Dimaco e Tito.
La genialità di questa narrazione sta nella sua resa genuina e straordinaria, nelle vite umanamente umili e umilmente umane raccontate con parole spassionate e senza strumentalizzazioni di parte, andando a rendere la figura di una grande umanità capace di trascendere l'umano attraverso una compassione - e cum passione - vera.
Se da una parte il cristianesimo va ad astrarre la natura di personaggi che hanno comunque una natura concreta, quasi ad elevarli come pura sostanza e sostanza pura, dall'altra La buona novella li tiene con i piedi per terra, e non perché non voglia riconoscere il loro carattere in parte divino, ma per dare spazio anche alle loro gesta e alle loro vita - entrambe umane - che riescono a sintetizzare precisamente gran parte degli attributi umani, a partire dall'amore, dalla sofferenza e dalla pietà.

Questa visione gli è costata, da parte di qualcuno, l'accusa di blasfemia. Al contrario, il superamento della natura divina non va a sminuire l'importanza dei personaggi dei vangeli, bensì va a completarli se non a elevarli. Prendendo il caso di Gesù di Nazareth, ad esempio, e considerando l'amore come un qualcosa di divino, l'amore provato da chi è figlio di Dio è giusto, ma è scontato, proprio perché già divino in sé e di per sé; diversamente, rappresenta un'eccezionalità se viene provato da chi è, nel tempo stesso, anche un uomo, e che quindi è capace di oltrepassare la propria natura.
Dopo tutto, se si riducono le divinità alla natura umana, allora automaticamente si innalzano gli esseri umani alla natura divina.
È un concetto che, ovviamente, vale per tutti i personaggi del racconto. Ad esempio, in Tre madri il dolore delle madri di Tito e Dimaco viene messo sullo stesso piano di quello di Maria - e allo stesso tempo il dolore di Maria vale quanto quello di ogni altra madre -, tanto che le due dicono ai propri figli, rispettivamente, "Tito, non sei figlio di Dio, ma c'è chi muore nel dirti addio", la prima, e "Dimaco, ignori chi fu tuo padre, ma più di te muore tua madre", la seconda.
Posizione che non viene affatto contraddetta dai testi sacri: Gesù, tornando all'esempio di prima, non è né solo figlio di Dio, né solo essere umano; né una delle due alla volta, ma entrambe contemporaneamente.
Sempre in Tre madri, Maria lo piange dicendo "piango di lui ciò che mi è tolto, le braccia magre, la fronte, il volto, Ogni sua vita che vive ancora, che vedo spegnersi ora per ora". Ha le braccia, la fronte, il volto, non è meno di nessun altro essere umano, si sforza persino di sorridere - "nella fatica del tuo sorriso, cerca un ritaglio di Paradiso" -. Più avanti nel testo, la stessa Maria puntualizzerà esplicitamente il concetto: "non fossi stato figlio di Dio, t'avrei ancora per figlio mio".
Anche nel Laudate hominem - che come già detto è l'epilogo dell'album - viene ribadito che "non devo pensarti figlio di Dio, ma figlio dell'uomo, fratello anche mio". All'inizio del canto liturgico, si sentono le stesse parole che aprono l'album: "laudate dominum". Subito dopo, però, queste parole vengono interrotte da una voce più forte, meno lirica e molto più popolare. È la voce degli umili, la voce del popolo, la voce degli esseri umani, probabilmente quegli stessi cui venne negato l'ingresso in Via della croce.

Si capisce, quindi, che in De André è presente, in qualche misura, una forma di spiritualità, ma viene vissuta in un'anarchia religiosa impossibile da inquadrare nei comuni canoni che conosciamo - come dice Paolo Ghezzi, lascia poco spazio a precise certezze, semmai pone interrogativi - tanto meno, in quelli delle religioni positive.
Generalmente, è sempre stato considerato come ateo e si è sempre dimostrato chiaramente contrario alla Chiesa, ma lui stesso preferì precisare, nel corso di un'intervista:

Se dovessi definirmi da un punto di vista religioso, direi di considerarmi un animista. Credo, cioè, che esista uno spirito, un'anima in tutti gli uomini, gli animali, i vegetali e gli stessi oggetti, per il fatto stesso che tali sono o sono venuti in contatto con lo spirito di un essere vivente. In alcuni casi questi oggetti sono stati addirittura costruiti dagli esseri viventi e ne riproducono in qualche maniera l'essenza spirituale. [...] Questo mio animismo non è da confondere con l'immanentismo di Spinoza, il quale, partendo dal concetto, o meglio dalla fede di Dio, asseriva che Dio stesso è in tutte le cose. Io non mi pongo il problema di Dio, ma quello dello spirito che gli esseri viventi dimostrano di avere attraverso il loro comportamento. E la comunicazione tra questi esseri dotati di spirito con le cose inanimate che conferisce loro una porzione di spirito o di più spiriti. Tutti questi frammenti contribuiscono a creare un grande spirito, un grande respiro animistico di cui tutti facciamo parte. Quando parlo di Dio lo faccio perché è una parola comoda, da tutti comprensibile, ma in effetti mi rivolgo al Grande Spirito in cui si ricongiungono tutti i minuscoli frammenti di spiritualità dell'universo

Insomma, secondo Fabrizio esiste un quid pluris. Ma, piuttosto che la sua esistenza, va a mettere in discussione il suo essere come tale.

Ovviamente, il tema religioso non è l'unico de La buona novella. Sottende, piuttosto, al tema politico, onnipresente nella produzione deandreiana, anche là dove sembrerebbe impensabile o assente.
C'è Maria, usata come strumento delle fede dei suoi genitori e del potere - quello sacerdotale - esercitato in nome di quella fede. Viene allevata dal potere - nel tempio, appunto, dai sacerdoti - con la chiara finalità di servire il potere. E poi, cacciata dal tempio per paura che potesse contaminare un luogo sacro, data in sposa a Giuseppe contro la volontà di entrambi.
Quando finalmente pensa di essere libera - libertà che, nel suo caso, coincide con la gioia della maternità -, in realtà si illude. E l'illusione dura ben poco, perché nelle canzoni di De André all'illusione segue sempre la disillusione, e alla disillusione segue sempre la sfiducia che spesso e volentieri si rivela dolore e morte - l'inizio è quello tipicamente fiabesco che, nello svolgersi della narrazione, si trasforma progressivamente per concludersi in un finale tipicamente drammatico.
E c'è Gesù, e al suo fianco Tito e Dimaco, che viene condannato da chi - indipendentemente se innocente o colpevole, diciamo "a prescindere" - non dovrebbe avere la legittimità di condannare.
È il potere, un grande potere, che reprime in nome di un Dio. E che poi, timoroso di possibili sovversioni, crea di volta in volta nuove divinità, nuovi valori e nuove verità, continuando ancora a reprimere in loro nome.

Bisogna comunque prendere atto dell'assenza, in tutto l'album, di un messaggio politico esplicito: De André non invita nessuno alla rivoluzione studentesca, non incita nessuno a parteciparvi o a prendere parte.
Semmai, l'invito è alla riflessione, ad imparare da Gesù, soggetto e oggetto dell'opera: il racconto gira attorno alla sua vita, senza mai entrarci dentro. Non parla mai, non compie nessuna azione, è quasi un'entità astratta seppur sempre il protagonista dello svolgimento.

Il risultato ottenuto da De André è unico e inimitabile. Perché, nel suo caso, nel caso di questo capolavoro, i narratori - cioè i vari personaggi che compaiono nell'album - raccontano il protagonista attraverso il proprio dolore. Il dolore umano.

[Nota: ho scritto questo saggio il 05/01/2009 per Die Brucke. Viene riportato qui integralmente]

Musica

La domenica delle salme

Manca qualcosa, è tutto bello ma un po' troppo leggero, manca quello che pensiamo davvero di tutto questo, manca quello che purtroppo ci è accaduto

È a partire da questa riflessione che Fabrizio scriverà La domenica delle salme (testo), un'analisi accurata e un'approfondita ricerca storica a proposito della fine del comunismo, del trionfo del pensiero unico capitalista e del grande processo di normalizzazione, del declino della società contemporanea, cioè di tutti quegli eventi che hanno scandito il violento passaggio tra la fine degli anni '70 e l'inizio degli '80.
Ma anche quella che la critica specializzata considera come un capolavoro della moderna canzone d'autore, un sentito impegno morale e politico, una pregiata dimostrazione dell'ampia cultura del cantautore genovese.

Quella che De André vuole proporci è l'immagine di una società che ha negato ogni spazio alle spinte rivoluzionarie e che ha lasciato, nello stesso spazio, un vuoto abissale di idee e di valori - quel vuoto che lui stesso definirà come "i segni di una pace terrificante".
Non a caso, il titolo vuole essere uno stravolgimento di una ricorrenza cristiana - ovvero: al presente spensierato e gioioso tipico della festa, va a contrapporre un senso di preoccupazione e di angoscia verso un futuro imminente.

Su internet sono presenti numerose discussioni circa il significato della canzone, sebbene sia importante far notare che mentre alcuni messaggi hanno chiari riferimenti storico-politici, altri sono volutamente vaghi e difficilmente interpretabili. Questo nell'intenzione dell'autore di lasciare spazio a diverse chiavi di lettura - e si noti, in questo senso, il gioco delle porte e delle finestre socchiuse che si ripetono nel video.

Ho quindi voluto collegare queste diverse interpretazioni, analizzarle, e infine arricchirle con riflessioni prettamente personali.

La canzone è stata scritta con la collaborazione dell'amico Mauro Pagani e va a completare un preciso percorso tematico che segna tutto l'album Le nuvole (1990).
È stata poi pubblicata nuovamente nell'album Fabrizio De André in concerto - 1991 (1991) nella versione dal vivo e recentemente nella raccolta postuma In direzione ostinata e contraria (2005).
Il lavoro è stato apprezzato positivamente anche dalla critica giornalistica, che gli ha voluto assegnare la targa Tenco.

Successivamente, Gabriele Salvatores ne ha realizzato un interessante video - l'unico in cui appare Fabrizio - che partecipa pienamente alla comprensione del senso critico sotteso al testo, e che sotto certi aspetti va a completare i numerosi messaggi proposti.

La musica è molto limitata: è presente solo una chitarra, un violino e un kazoo, ed è stata cucita sopra il testo (dichiarazione dello stesso autore). Nonostante questo, riesce ad adempiere perfettamente al suo compito, emanando una continua ed angosciante inquietudine.

De André ci presenta una serie di immagini che hanno segnato definitivamente il corso degli eventi e che a un primo impatto (o "a un primo ascolto" o "a una prima visione") potrebbero sembrare sconnesse e confuse, ma che in realtà si dispongono in una precisa linea spazio-temporale.

I luoghi del racconto sono principalmente tre: Milano (la "bottiglia di orzata dove galleggia Milano", richiamando la nebbia mattutina che avvolge la città), la patria del PSI e di Craxi, ovvero il simbolo della corruzione della politica italiana, ma anche il cuore dell'economia, della produzione; Trento, che nella sua facoltà di sociologia vide nascere le Brigate Rosse e, generalmente, gli anni del terrorismo che seguiranno poco dopo.
E infine Berlino, ovvero la caduta dell'unione sovietica e la fine dell'isolamento dei paesi sovietici, il perno centrale di tutta questa storia, con il muro che cade e con le cui pietre verrà costruita una nuova, grande Germania ("la piramide di Cheope volle essere ricostruita in quel giorno di festa" - "un monumento aberrante e inutile, direi berlusconiano", dirà lo stesso Fabrizio) proprio da chi aveva innalzato quello stesso muro ("masso per masso, schiavo per schiavo, comunista per comunista" - si noti che il comunista, per De André, può essere paragonato allo schiavo della modernità), nel pericolo mai sopito che il nazismo ("la scimmia del quarto reich") potesse tornare in vita (negli anni 90 fiorivano i movimenti della nuova destra che, nella Germania dell'Est, violavano tombe ebraiche).

De André è il protagonista del video, ed la prima e ultima volta che assume questa posizione nelle sue storie, di cui solitamente si rivela come il narratore. Non è un caso, perché il narratore - chi vede - è il modello del Poeta, lontano dalla società e intoccabile dal potere.

A partire da questi luoghi, si sviluppano altrettanti eventi, in conclusione di un intero secolo che Fabrizio vede scorrere nelle immagini che si alternano sulla televisione. Tra le tante: le parate e le cerimonie militari, i grandi conflitti del novecento, nazismo e fascismo, Hitler, la deportazione degli ebrei; e poi il bombardamento di Dresda, la nube tossica che contaminò la cittadina di Seveso, i lavavetri, le prostitute e così via.

Molto più importanti sono la figura della donna in fuga, che, nel preparare i bagagli, porta con sé la foto di un carbonaro trovata in un libro; la figura del vecchio che prima gioca a solitario e poi si siede, con una pistola in mano, dietro a una porta socchiusa; e infine quella di Renato Curcio, considerato alla stregua del carbonari Piero Maroncelli.

La prima rappresenta, forse (?), la speranza e la speranza nelle idee rivoluzionarie, che, fattasi carico di quel che rimane del suo bel passato (la foto, cioè i valori dei carbonari e la libertà), prende e fugge via - notare che il tema della fuga è molto caro a Salvatores.
A fuggire, inoltre, sarà anche "il poeta della Baggina" - celeberrima casa di riposo milanese Pio Albergo Trivulzio, come indicato nel libretto dell'album, il cui presidente era Mario Chiesa, dal cui arresto iniziò lo scandalo Tangentopoli -, ovvero il Poeta in sé e per sé, il poeta delle cose passate e dei vecchi ideali, che cerca uno spiraglio di salvezza ma che infine fallisce, perché facilmente riconoscibile ("la sua anima accesa mandava luce di lampadina").
Il vecchio, invece, è la Resistenza, una resistenza forse abbandonata (gioca a carte da sola) ma che rimane comunque vigile sul presente nonostante rappresenti il passato - e che quindi non potrebbe mai essere raffigurata in un giovane.
Infine c'è Renato Curcio, ovvero la prigionia politica. In questo senso, la resistenza non si rivela come una resistenza solo storica o solo umana, ma anche come una forma di resistenza politica, come resistenza al potere - quel potere che, nel video, trasforma tutti i maiali in wurstel.
Il richiamo a questa figura vuol porre in dubbio anche i pesi diversi usati dallo Stato nel condannare alcuni terroristi di sinistra e altri di destra.

È giusto non dare giudizi di dubbio valore sulla figura di Curcio - meglio lasciare ad ognuno la propria sentenza -, ma al tempo stesso è indubbio come esso, in questo contesto, rappresenti l'agnello sacrificato allo Stato, colpevole certamente di aver tentato di ribaltare il sistema politico - la speranza, comunque, è pur sempre quella che non ci siano né carneficine né mani lavate ("voglio vivere in una città dove all'ora dell'aperitivo non ci siano spargimenti di sangue o di detersivo").

Agli effetti, si tratta del saldo che la sinistra deve pagare per adeguarsi al nuovo ordine delle cose ("furono inviati messi, fanti, cavalli, cani ed un somaro ad annunciare l'amputazione della gamba di Renato Curcio, il carbonaro").
È necessario citare lo stesso De André a questo proposito:

Il riferimento a Curcio è preciso: io dicevo semplicemente che non si capiva come mai si vedevano circolare per le nostre strade e per le nostre piazze, piazza Fontana compresa, delle persone che avevano sulla schiena assassinii plurimi. E, appunto, come mai il signor Renato Curcio, che non ha mai ammazzato nessuno, era in galera da più lustri e nessuno si occupava di tirarlo fuori.
Direi solamente per il fatto che non si era pentito, non si era dissociato, non aveva usufruito di quella nuova legge che, certamente, non fa parte del mio mondo morale

Va comunque fatto notare che De André ha sempre rispettato, e spesso giustificato, il terrorismo, come si evince sia nella stessa canzone che in altre come Andrea o Coda di lupo.

Altre due figure che appaiono nel testo sono quella di "Baffi di sego" (nelle note del libretto dell'album, un gendarme austriaco in una satira di Giuseppe Giusti) e del secondo secondino che, nella "galera patria", decidono di mettere una pietra sull'idea di una possibile rivoluzione - questa immagine si potrebbe interpretare come un'allusione ironica ai vertici del PCI.

Questo è un ordine che viene imposto, appunto, senza l'uso di una violenza fisica ("la domenica delle salme non si udirono fucilate"), ma che va ad agire solo sulla coscienza collettiva, attraverso un consenso unanime e in un clima di euforia generale ("il gas esilarante presidiava le strade").
Ma si tratta solamente di una gioia effimera, di un qualcosa che non trova nessuna tangenza con la realtà quotidiana ("la domenica delle salme si portò via tutti i pensieri"), nella quale i primi a farne le spese sono gli anziani ("la domenica delle salme si sentiva cantare: quant'è bella giovinezza, non vogliamo più invecchiare") e i popoli dell'est ("i polacchi non morirono subito, e inginocchiati agli ultimi semafori rifacevano il trucco alle troie di regime lanciate verso il mare" - al tempo della canzone i polacchi erano gli extracomunitari per eccellenza, considerati comunque come popolazione dell'est a tutti gli effetti), dove muore il vecchio concetto di schiavitù, la schiavitù materiale, per lasciare il posto a una nuova forma schiavitù, quella degli ideali e della libertà ideale.

La politica si impegna in fatiscenti discorsi retorici ("un tripudio di tromboni"), ben consapevole del punto di non ritorno cui sta volgendo ("il ministro dei temporali [...] auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani, le mani sui coglioni"). E contemporaneamente, la frenesia del capitalismo può muoversi ad est, verso un mercato nuovo e ancora illibato ("i trafficanti di saponette mettevano pancia verso est").
Il buonismo impera ovunque, l'indifferenza generale prende il sopravvento su tutto, si insedia una pace ideale e surreale, la società si appiattisce, l'antagonismo viene livellato, e quel poco che rimane del passato viene svenduto a sottocosto.
La democrazia si dichiara vincitrice contro il "defunto ideale" (il comunismo) e contro "il cadavere di utopia" (l'anarchia), ma è "una democrazia che sta diventando sempre meno democrazia", e che "democrazia reale non lo è mai stata" - come dichiarato in un'intervista -, sebbene "lo sapevano tutti, nessuno si peritava di dirlo".

Tutti sentono di essere liberi, ma in fin dei conti nessuno è veramente libero. È la massa ("tutti a seguire il feretro del defunto ideale") che spera che il crollo del comunismo possa portare alla ricchezza globale ("la domenica delle salme, gli addetti alla nostalgia accompagnarono tra i flauti il cadavere di utopia"), e che vedrà poi deluse le proprie aspettative in una pace che, come già detto, è "terrificante".
L'unico ad avere un qualche libertà è il cugino De Andrade (ripreso dal poeta sudamericano Oswald De Andrade) che vive con un cannone nel cortile ("a tarda sera, io e il mio illustre cugino De Andrade eravamo gli ultimi cittadini liberi di questa famosa città civile, perché avevamo un cannone nel cortile"), ovvero l'uomo che guarda con eterno scetticismo verso la civiltà circostantee alla legge imposta - nel video anche il vecchio, cioè la Resistenza, è armato di pistola -, unica isola di vera libertà secondo De André.

La critica, in tutto questo, non può mancare, e De André si getta sul mucchio.

Anche accettando l'inevitabilità degli eventi, a tutto questo non è seguita comunque nessuna forma di opposizione. Una critica rivolta a tutti (Fabrizio parla alla prima persona plurale, e lui stesso dirà che "è una critica anche nei nostri confronti"), e in particolare a quei colleghi che prima si erano arricchiti cavalcando varie proteste ("voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio, coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio, voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti, per l'Amazzonia e per la pecunia, nei palastilisti e dai padri Maristi" - i longobardi sono il mondo occidentale, i centralisti sono i funzionari di partito, l'Amazzonia richiama alle cause ambientaliste e così via, alludendo anche alla chiesa e al partito socialista) che avevano la possibilità di svegliare la coscienza collettiva ("voi avete voci potenti, lingue allenate a battere il tamburo. Voi avevate voci potenti, adatte per il vaffanculo") e che poi hanno preferito perdersi in canzonette insignificanti, asservendosi al potere che impone il silenzio, piuttosto che mettersi a capo di una riscossa sociale - è importante dire che, secondo De André, nessuno può sentirsi in diritto di essere innocente ("le regine del tua culpa affollavano i parrucchieri", riferita particolarmente alla piccola borghesia, sempre estranea a tutto e mai coinvolta nei problemi), ma che al tempo stesso la canzone d'autore ha un dovere maggiore perché maggiore è la sua possibilità di parlare alle masse.

I pochi dissidenti preferiscono sparire di scena ("gli ultimi viandanti si ritirarono nelle catacombe"), sulla quale, infine, il frinire delle cicale sovrasta ogni altro rumore.
Un frinire che può essere interpretato o come un ultimo spiraglio di salvezza che, ironia della sorte, parte proprio dal basso, ovvero dal "cuore d'Italia da Palermo ad Aosta" che si gonfia "in un coro di vibrante protesta". Oppure come un'allusione alla protesta vista come a un canto monotono e petulante, dal quale tutti si dimostrano infastiditi.

[Nota: ho scritto questo saggio il 17/11/2008 per Die Brucke. Viene riportato qui integralmente]